Video – Letti di Notte

Sabato scorso, invece di darmi alle mie usuali attività cripto-sataniche, o a maratone di Buffy l’Ammazzavampiri inframezzate da puntate di Adventure Time, mi sono lasciato convincere dall’assessore alla cultura di Osimo (Ancona, Italia, Eurasia, Mondo) a leggere qualcosa in pubblico, nell’orario in cui uno di solito si prepara per andare in disco.

Alle ore 22:30, quindi (che sono diventate 22:50 perché l’università ha radicato in me il sacro valore del quarto d’ora accademico) nella libreria “Il Mercante di Storie“, ho letto due due racconti che forse già conoscete.

Sto parlando di Muratura ed Ai Lunedì (pubblicato sul primo blog).
La mia signora, Grazia, luce dei miei occhi, nonché fonte di una previdenza che mi è estranea, si è prestata a riprendere la mia penosa performance e così, per chi non ci fosse stato quella tranquilla sera, Ecco a voi:

Muratura, una storia d’amore:

Ai Lunedì, una dedica di sincera insofferenza:

Notate le occhiaie, notate il dolore, notate tutti i tipici sintomi dell’appello estivo, che si amplificano via via che la funesta data si avvicina. E’ per questo che ultimamente mi sto grattando un po’ le terga, per quanto riguarda il blog. Conto che questo regime trovi termine una volta affrontata questa improba ordalìa (sperando in un esito positivo).

Se questa formula vi piace e volete che venga a leggere qualcosa anche da voi, ovunque siate (OVUNQUE), contattatemi all’indirizzo del blog (vargas@satisfiedpear.it), indicandomi più o meno gli estremi di ciò che avete in mente.

Dopo questo simpatico momento di svago (perché si, questo è lo svago che posso permettermi al momento) torno nel mio fetido pertugio a farmi sanguinare gli occhi appresso a Diritto Commerciale, chi gli è stramorto. In compenso stasera Linea77.

Domani starò malissimo.
Ma ne sarà valsa la pena.

Letturepubblicamente vostro,
-Lorenzo Vargas-

Typings dai vecchi blog

Visto il piccolo problema di importazione dei vecchi post, pubblico qui tutti i vecchi typings, in modo che possiate raggiungerli in una volta sola.

Ricapitolativamente vostro,
Lorenzo Vargas

Recensione + – Fight Night, di Stefano Trucco

Di recente è uscito in libreria un altro dei parti di Masterpiece, la marmaldeggiata trasmissione letteraria di Rai3, che tentava di unire il format del talent al (a quanto pare sacro) mestiere dello scrittore.

Sto parlando di Fight Night, di Stefano Trucco. 400 pagine belle piene di storia avvincente, citazioni colte ed all’occorrenza vagoni di bastonate. Come al solito, tenterò di mantenere il fattore spoiler sotto lo zero, in modo che, qualora voleste leggerlo, non vi troviate misteriose doti di chiaroveggenza seguendo la storia.

image

Ho deciso, inoltre, vista l’attenzione media del lettore di internet, di dividere quest’articolo in due. Prima ci sarà la recensione spoiler free, poi, a seguire, una relativamente breve analisi del romanzo nelle sue varie inevitabili rughette, che potrete leggere o meno. Sappiate però che questa seconda parte se ne sbatte del fatto che gli spoiler siano una brutta cosa. Da per scontato che abbiate gia fatto i vostri compitini. Inoltre qualcosa me la scorderò di sicuro, quindi se tu che stai leggendo casualmente hai il pizzetto ed un marcato rotacismo unito all’accento genovese, ti conviene che ne parliamo da vicino meglio, magari con un caffè.
Cominciamo.

La storia di Fight Night è tutto sommato semplice, se ci si vuol limitare a passare il colino sulla superfice del brodo. Due ragazzi di incredibile bellezza, carisma e superficialità, Castore e Polluce, uno l’opposto dell’altro, si confrontano con la tragica eventualità di trovarsi senza padre.
Ettore De Luca perde il genitore in Afghanistan. E’ il primo soldato italiano a farsi ammazzare dai terroristi islamici. Alessandro Ficara invece, si trova orfano di un finanziere disonesto, riuscito, con la leggiadria di un passero, a far sparire i soldi di tutti i danarosi di Genova. Scoperto dalla polizia si suicida in un parchetto della città.
Abbiamo quindi tutti gli ingredienti base per l’epica, o per un manga, o un videogioco. I personaggi sono speculari l’uno a l’altro, in modo quasi spettrale. Il piccolo Ettore, figlio dell’eroe, intraprenderà un percorso di deresponsabilizzazione, giustificato da tutto e tutti manco fosse morto lui in Afghanistan. Entrerà nel tifò di matrice fascista del Genoa calcio e si legherà alla losca figura di Flavio Sinatra (sobriamente definito «Il Male»), al secolo amico di suo padre.
Ficara dall’altra parte, appesantito dalla lettera scarlatta delle colpe dei padri, decide che è ora di prendere in mano la propria vita. Inizia un percorso di ferrea disciplina attraverso le arti marziali, lavora e riabilita il proprio nome negli ambienti rossi di Genova, grazie all’amicizia con Gianluigi, un cinefilo e wannabe regista che viene colpito di striscio dall’eroico fascino del giovane.
Comune denominatore dei due è che sono entrambi degli esempi quasi imbarazzanti di maschio alpha. Se uno non raschiasse con delicatezza la superfice patinata, sembrerebbero degli dei greci, scesi in terra per graziare una moltitudine di vulve e retine ambosessi. Altro punto di contatto sono le arti marziali, per Ettore un mezzo d’elevazione dalla marmaglia genoana (alla quale però dona volentieri le proprie capacità belliche in occasione della stagione calcistica) e per Alessandro impareggiabile mezzo di riscatto.
Attraverso una serie di vicende che mo non sto a snocciolarvi, i due si troveranno a fare da nucleo ad un fiocco di neve apocalittico di violenza sopita ed endemica a Genova.

image

L’impianto però non si riduce alla rivalità tra i nostri Dioscuri di casa (che in realtà nemmeno si incontrano fino alla fine), ma rimbomba in un immenso coro di personaggi, ognuno latore della propria spinta alla vicenda. Andiamo dai citati Flavio Sinatra, poliziotto corrotto e Scarface malriuscito; Gianluigi, intellettuale sinistroide ed anima antica in un corpo di giovane cineasta; Vanessa, ragazzina mild-goth di incredibile buonsenso che stilla realismo magico in ogni sua apparizione, con episodi di preveggenza e incantesimi invisibili, ma funzionali; Eleonora, la ragazza ricca e nobile (anche lei inverosimilmente bella), benché stupida come un’apericena, legata ad Alessandro da un’amore da romanzo (ops); Il Maestro, che per le varie vicissitudini finisce per essere istruttore di kickboxing di entrambi i nostri eroi; Bobo Delucchi, teppistello amico di Ettore privo del materiale per la vera malvagità. Non ne ho elencati nemmeno una metà.
Questo variegato carnevale, permette a Stefano di saltellare da un punto di vista all’altro, dalle vicende, ai racconti, alle dicerie, ad altre vicende ancora, impedendo al lettore di addormentarsi, a costo di non farlo respirare tranquillo. La voce narrante è un piacevole ibrido, che si trova a raccontare la propria storia davanti al fuoco (è una metafora, si intenda), cambiando i propri atteggiamenti, la sintassi, facendo le vocine adatte per ognuno dei personaggi ai quali da fiato, senza perdere la propria identità di complessivo burattinaio.

I dialoghi, cosa per nulla scontata, sono fluidi e verosimili ed assolutamente attuali in quella che può essere la Genova odierna. Basti osservare il cambio di registro tra una Gianluigiata qualsiasi (il punto in cui ci si avvicina di più al Trucco dietro la maschera) e gli sproloqui paratattici dei minus habens genoani.
Non dovrebbe nemmeno spaventare il motore portante della vicenda: la lotta.
Sia chiaro, non mi paga nessuno per scrivere questo pezzo. Personalmente, trovo la necessità di ricorrere alle mani la risorsa di esseri sottosviluppati e questo se parliamo di situazioni, chiamiamole «in natura». Figurarsi gente che si applica per farsi spaccare la faccia davanti ad un pubblico. Perdonatemi, ma mi sembra di avere a che fare con dei bimbi stupidi.
Ciò nonostante ho trovato il romanzo piacevole ed interessante, a tratti (benché questo lo affermo con riserva, col timore di intaccare le vendite) potrebbe essere riuscito addirittura a farmi pensare. Stefano, al contrario di altri autori di prosa consimile, ci fa la grazia di non volerci ferire durante la lettura. Non pretende che la fruizione del romanzo sia un lavoro di espiazione per il lettore. Stefano non ci odia poi così tanto. Difatti, lungi dall’indorare una pillola che il più delle volte propende più per l’essere un magnifico suppostone, corregge la narrazione con piacevole ironia, divaga all’occorrenza e proprio come quella persona che racconta le sue storie davanti al fuoco, corregge il tiro allo scemare dell’attenzione generale.

Dopo tutta questa sviolinata, ovviamente, Fight Night di difetti ne ha e vorrei vedere. E’ un’opera prima, se Stefano fosse arrivato già alla perla perfetta adesso, non avrebbe senso per lui continuare. Fortunatamente le pecche di questo libro sono lì per chi le sta cercando, ma se si legge senza il bisturi, si fanno silenziosamente da parte, senza dare fastidio.

Un ultima nota, per la parte di recensione, Fight Night ha un grande pregio secondo me: è senza genere. Contrariamente al grosso di ciò che mi vedo intorno in libreria, scivola comodamente in tutti i contenitori del caso. Il noir, il pulp, il realismo magico, il romanzo sportivo, classico o corale, umoristico o tragico, senza mai restare intrappolato. Il genere di questo romanzo (grazie Camilleri) ha la forma dell’acqua e Stefano ha saputo dargli abbastanza contenitori da non farci stancare prima del fondo della bottiglia.

Un bell’otto e mezzo, obeso e panciuto, se lo merita tutto, senza se e senza ma.
Se non fossi molto soddisfatto del mio, potrei affermare senza troppi problemi che avrebbe dovuto vincerlo lui Masterpiece.

1.1
E qui, signori e singnore, termina la nostra recensione. Di qui in poi, i leoni.
E con leoni intendo Spoilers.

image

Io vi ho avvisato.

A seguire, verranno trattati argomenti neutri e difetti del romanzo. Ciò che ho detto in precedenza non viene cancellato, ma qualora proprio la cosa vi interessasse, pesatelo per bene.
Cominciamo con l’atmosfera generale. La Genova di FN, per quanto si avvicini al reale, lo sfiora solamente. Genova è compenetrata nell’azione, ma non come un’ambientazione. Genova è un personaggio e come tutti i personaggi di questo romanzo è il parto cesareo di una prepotente americanata.

1.2
I personaggi sono delineati attraverso alcune basilari regole di condotta. I belli sono sempre megalomani. Scialbi, imbecilli, deresponsabilizzati od esaltati da stendardi che nessuno gli ha chiesto di portare. Abbiamo il capoimbecille, Alessandro, che crede di cedere alla propria vanità solo nel frammento finale della storia (il terribile lato oscuro, lo definisce. L’imbecille), un superpotere che aumenterà le sue possibilità di vittoria. In realtà il Ficara filius è stato per l’intero romanzo un vuoto e vanesio egomane, pronto ad usare qualsiasi cosa per rifulgere maggiormente (anche gli atti di «benevolenza» verso altri, si rivelano nulla più che il posizionamento di uno specchio, per far rifrangere qualche raggio in più); Eleonora Salvago-Adorno, poi, non ne parliamo. E’ bella in maniera selvaggia, ricca senza comprensione e stupida come non se ne può veramente sopportare oltre. Potrei allungare la lista verso altri personaggi, ma avete capito l’antifona.
Chiunque sembra dargliela vinta a questi meravigliosi mongospastici, per qualsiasi cosa. Alessandro polarizza l’attenzione ovunque vada, nonostante sia un fesso esaltato che se ne vedono pochi nel mondo, Eleonora potrebbe essere sostituita in funzionalità da un cartello che recita «Tira più un pelo di figa che un carro di buoi» ed Ettore, forte anche dell’alibi di eroismo paterno, riesce a farsi perdonare qualsiasi cosa in virtù della propria immane bellezza. L’unica che si permette di lasciarlo in mezzo alla strada come un povero disperato è Alessia, che sospetto immune al fascino del nostro E. per una pura questione di monomania sentimentale verso Bobo Delucchi (se ne parlerà dopo). Eppure di persone sensate nel romanzo ce ne sono.
Rimangono tutte vittima, però, di questa animalità ascellare, questo fascino superumano da discount che grazie a dio il mondo ha visto così poco.
Per tornare alle persone sensate, si fa ricorso alla scorciatoia un po’ facile dove gli intellettuali sono tutti un po’ esseri umani di ripiego, non si pestano sul ring e quindi non meritano stima. Difatti il regista Minoretti appare per poco, ma è un cinquantenne sovrappeso che si autodefinisce antipatico, Gianluigi è talmente fiero di essere un cagasotto da farne una bandiera e non parliamo dei giornalisti del Caffaro (aka il Secolo XIX), due mezz’uomini con la lingua ipertrofica e consumata dal troppo allenamento su culi influenti.
Quella di FN è un’umanità di merda.
Non se ne salva uno, per dio, uno.
Se fossero nel mondo reale, le loro sorti varierebbero molto rispetto al finale.

1.3
In linea di massima, la dualità tra Ettore ed Alessandro è molto ben congegnata.
Le redini della caratterizzazione seguono cinque sei punti di base che vengono alternati in modo coerente.
La morte del padre di Ettore concede al figlio un alibi vitalizio nel quale non avrà mai bisogno di crescere. Al contrario, la rivoltellata di Ficara senior lascerà sul ricco pargolo uno stigma che lo perseguiterà nonostante tutto e che lo costringerà alla redenzione.
La madre di Alessandro è una figura positiva e affettuosa, che lo affianca come può nonostante il momento di difficoltà (F. senior, sparandosi, ha lasciato la famiglia con le pezze sul posteriore), quella di Ettore si riduce a pubblica moglie, concedendosi a pioggia sulla popolazione maschile di Genova, primo fra tutti Flavio Sinatra.
Le arti marziali per Ettore sono un fine, mentre per Alessandro un mezzo.
Alessandro circondato da amici, Ettore solo e tradito.
A. di sinistra, E. di destra, entrambi intermittentemente consci del fatto che ciò non voglia dire un beneamato nulla.
A. fedele in modo quasi strano, E. onniscopante.
Al contrario entrambi sono belli, a loro modo benvoluti, poli d’attrazione di una gioventù molto più sensibile ad un bicipite, che alle belle parole.
C’è una sostanziale differenza, però, che li divide, rovinando così la mirabile simmetria ottenuta dalla narrazione, improntata allo scontro di due prodotti della stessa pasta, ma trattati diversamente.
Alessandro, si vede chiaramente, è un condottiero, un capo. Lo sottolinea anche il padre di Gianluigi ad un certo punto. Ovunque vada si trova da sé sulla cima della catena alimentare e ci si trova molto bene. Ettore, al contrario è il classico soldato di propaganda.
E’ fiero, forte, valoroso ed incapace di un pensiero ipotattico. L’unica cosa che riesce a fare è acquisire ogni volta nuove bandiere sotto cui coprirsi, prima il padre, poi il Genoa e Flavio Sinatra. In assenza di stampelle motivazionali, infatti, crolla senza ritegno.

Alcuni guidano ed altri seguono e così è con i personaggi del nostro libro. A parità di giro, se Alessandro fosse stato il figlio dell’eroe ed Ettore quello del faccendiere, tutto si sarebbe concluso in modo veloce con l’assoluta vittoria di Alessandro, che avrebbe egregiamente gestito le mille tensioni delegandole a qualcuno della sua folta co(o)rte di fascistelli sbavanti.

Ciò che lascia perplessi è la totale assenza di attrito alla spinta dei due personaggi principali. Ogni cosa è fatta con, per e per mezzo loro, nessuno si oppone, nessuno li manda a cagare come si deve (Bobo non se ne va e basta, ma medita vendetta; Gianluigi torna, molto meno freddo di quanto possa pensare, appena Alessandro fa partire una spruzzata di ferormone).

1.4
La voce è un punto lodevole del libro. Ogni cambio di personaggio varia il punto di vista con una certa agilità e questo necessita un plauso. Inoltre, la trovata di raccontare tutto al passato, per poi piazzare la vera Fight Night in un brusco presente, migliora l’nticipazione che il lettore ha per l’evento. L’effetto però è un po’ rovinato da alcuni inserti al presente nella prima parte, non troppo efficaci.
D’altro canto, ogni personaggio si rivela quasi sempre una marionetta fatta coi calzini. Certo, Stefano gli fa fare la vocina adatta, sceglie bene le parole, ma è sempre il fiato di Trucco che passa per la trachea del pupazzo. Ciò si traduce in personaggi negativi ridicolmente negativi e personaggi neutri (più in su dei quali, a moralità, non possiamo andare) eccessivamente ben motivati. Quando un personaggio è negativo, ci si mette due minuti a trasformarlo in una macchietta, perché l’autore non ci si sforza nemmeno a renderlo meno la miseranda merda che è. Cosa che al contrario fa con numerosi altri soggetti. Primi tra tutti i Dioscuri della casa.
La polemicità di Stefano poi schizza fuori come quando inforchiamo un limone, ogni volta che ci imbattiamo in una delle varie parentesi.
Vi assicuro, conoscendolo un po’ vi verrebbe automatico pronunciarle col suo caratteristico timbro vocale.
Il Bene ed il Male, per quanto si voglia mantenerlo sfumato, tra l’altro, traspaiono in maniera quasi imbarazzante. Il preferito della casa è Alessandro, con la corte, la ragazza figa ed il blandamente presagito futuro da dittatore. Ettore, che dovrebbe fungere da maligno contrappeso che si redime in un’ultima battaglia cosmica, è sostanzialmente un povero stronzo, una vita bruciata.
La simmetria che regge il romanzo e valorizza lo scontro finale ne va a soffrire moltissimo.
E’ come quando a catechismo mi venivano a dire che Dio combatte col Diavolo, ma che il Diavolo non può vincere. Lo svolgersi del contendere si fa improvvisamente meno interessante, non trovate?
Un’altra spia potrebbe essere il  peso dato ai rispettivi comprimari, guardate dal lato della sposa: Alessandro ha Gianluigi, un personaggio che quasi finisce per fargli da contrappunto , Vanessa, Eleonora più diversi altri manichini che gli si affollano attorno. Tra le forze di Ettore c’è Carolina, una mitomanea pseudociellina che lo vuole salvare, Flavio (che veramente, lasciamo stare), Roberto “Bobo” Delucchi (una versione scialba e depotenziata di Ettore, un satellite perfetto ed adorante, la cui crisi esplode nel momento in cui si palesa il rapporto di sfruttamento tra i due) ed un organismo pluricefalo di fascistelli da stadio che servono solo per dare qualcuno su cui sbattere per la rissa di fine libro.

1.5
Il finale capisco sia stata una scelta pop, voler mettere l’happy ending, con gli uccellini che cantano in misure diverse un po’ per tutti.
Dopo 400 pagine di cinismo e inganni… gli uccellini. Vabè.
Ciò che mi urta però, è che la manzoniana provvidenza, qui, agisce veramente al millimetro. Ettore, che è stronzo, ma poverino non è colpa sua, una bella esperienza extracorporea e la sconfitta simbolica nell’incontro (che è finito PARI *wink wink*); Alessandro che è bello biondo e bravo (benché un cazzo pieno d’acqua), vittoria morale, futuro di ripetuti coiti high-fantasy con madmoiselle Salvago-Adorno e possibilità di un riciclo in politica; Gianluigi, che è intelligente, va a fare il regista col navigato Minoretti che trova una nuova speranza per sé stesso e per il cinema del paese. Ma potrebbe andarsene Gian senza la sua fida Vanessa? E non sia mai Iddio, tanto lei ha la Dea. L’astio.
E così altri, tipo Angelo, che è stalker solo perché babbeo, ci si limita a massacrarlo di botte, che così almeno impara e fa il bravo; Flavio Sinatra muore (come abbia fatto a sopravvivere fino a quel punto, non si sa) e Adeste Fideles Carolina riesce alla fine ad accalappiare Ettore, che sembra assecondare i suoi progetti di coppia come si asseconda un pazzo.
Che provvidenza! Deh!
Dopo 400 pagine mi sarei aspettato di meglio.

1.6
La terza parte della storia (The Fight), ha finito per risultarmi un po’ indigesta. Ebbene si, per trecento pagine ho saltellato per la storia felice e contento (e dire che era la seconda volta che lo leggevo), ma su The Fight ho avuto un momento di guado nella melassa.
La scena narra con uno stile spiccatamente da manga (per i meno attenti, lo fa notare anche Gianluigi), l’ultimo epico scontro tra i Dioscuri.
Quando dico da manga, intendo letteralmente.
Sei cazzotti. Reazione di comprimario. Sei cazzotti. Reazione dei comprimari. Sei cazzotti, scorcio fuori e così via.
Va ammesso che tutto è scritto molto bene, nulla da ridire, ma per fare Suskind, che per un libro intero ti parla di profumeria (un altro argomento di cui può importare meno di zero) ci vuole una competenza che Stefano ancora non ha raggiunto.
Gli intermezzi alle botte alleggeriscono il tutto e fungono da sagace contrappunto, ma è quando si arriva stremati verso la fine, che arriva il colpo di grazia: la sigla di Big Bang Theory nell’esperienza extracorporea di Alessandro ed il trip di mistico perdono per Ettore. Non tanto la seconda (l’immagine di aldilà non è male), quanto la prima, suscita un po’ di sconforto in un poveretto che si è gia sorbito un’ottantina di pagine di cretini invasati che si prendono a cartoni in faccia. Per fortuna la storia dell’Universo, Stefano l’ha aggiustata, se no sarebbe stato peggio.
A favore del tutto (extradilatato, da appena 10 minuti), pare che il combattimento sia reso in maniera molto realistica e dal basso della mia inesperienza non me la sento di poter smentire.

1.7
Le relazioni umane sono gestite come un racconto di terza mano. Non tanto quelle usa e getta di Ettore (a malapena menzionate), quanto l’unione tra Alessandro ed Eleonora, che non esula per nulla da un calore felino perpetuo. Capisco che la nobildonna sia un notevole esemplare, ma Ficara vi ha un rapporto abbastanza morboso, se si considera che parliamo di un egomaniaco allucinante. Quella tra Gianluigi e Vanessa poi spunta fuori come un fungo e come tale sopravvive. Ne viene detto abbastanza poco da non creare errori.
La visione del sesso è semplicistica e maniacale per qualsiasi personaggio, tanto da ricordare quella che può averne un ragazzino con gli ormoni in subbuglio, che di sesso non ne ha mai visto fuori dallo streaming internet.

1.8
Il romanzo è infarcito di una miriade di citazioni, esplicitate o meno.
C’è da aspettarselo, Stefano ha una cultura enorme e pulsante, quasi un organismo a sé e anche parlando di mazzate, non ce la fa a tenerla a bada. Anzi.
L’intero testo è intessuto di riferimenti ben incastonati, che vanno dalle cacciate cinefile di Gianluigi, a citazioni di videogames (Vega di Street Fighter messo con disinvoltura in bocca a Bobo), opere liriche di Verdi, accanto all’onnipresente musica di Rocky, standard medio per ogni incontro scrauso. Chissà quante ne ho perse per strada e quante ancora ne ho dimenticate, fatto sta che Trucco ha preso un peso (un’immensa cultura) e lo ha saputo plasmare bene all’occorrenza. Gli infiniti fattarielli ed aneddoti non s’impongono ed anzi risultano interessanti. Nel mio piccolo mondo mentale di arcobaleni ed unicorni, qualcuno se l’è andate anche a cercare ed ha scoperto qualcosa di nuovo.
Uno che insegna qualcosa (per quanto insignificante essa sia) con una tale disinvoltura, merita solo approvazione e rispetto, specie considerando che l’altro a cui l’ho visto fare (benché con un’altro livello di maestria) sia Stefano Benni.

2
La conclusione: Fight Night è ciò che otterremmo se facessimo dirigere Transformers al Redford dell’impegno sociale. E’ Sorrentino con un soggetto da B-movie.
Un’americanata allucinante, fatta di eroi belli e stupidi che sconfiggono un Male non meglio identificato con gigantesche dosi di stupidità e coraggio, dove i cattivi veri li riconosci perché sono dei cessi. Nonostante ciò, un’americanata voluta e ben congegnata in ogni sua fibra muscolare, arricchita di una cultura non imposta, ma porta con sarcastica cortesia, gradini che uno può decidere di salire o saltare a pié pari.
Letterariamente, Fight Night è il prototipo di ciò che dovrebbe essere un libro veramente pop: fruibile, ben congegnato, limato e pensato, ma non per questo vuoto, un vino che si può tracannare per il gusto dell’ebrezza o sorseggiare attentamente per carpirne i mille sapori e riferimenti.
A ben pensarci, il libro più o meno costa anche come una buona bottiglia di vino.
E come si dice dalle mie parti, cari ragazzi, ubriacatevi di vino buono.

Recensoriamente vostro,
Lorenzo Vargas