Racconto – La Prova

Da questo racconto, in collaborazione con Andrea Baglio, è stato tratto l’omonimo cortometraggio, che potete trovare QUI.
Pubblico anche questo, insieme al corto (come promesso, del resto), in omaggio al sempiterno principio “era meglio il libro”, che ha funestato chilometri e chilometri di recensioni cinematografiche.
Illustrazioni per gentile concessione di Annamaria Dassori.

Buona lettura.

Un ufficio open-space non permette di pensare, non lascia stare da soli.
Senza mura, tutti ti stanno guardando, i colleghi studiano eventuali passi falsi da imputarti, per distogliere l’attenzione dai propri. E per quanto uno non voglia guardare, non desideri ricadere in questa logica da fossa dei leoni, non può non notare quanto è disordinata la scrivania del vicino, quanto la trattativa appena conclusa sarebbe potuta essere gestita meglio, quanto sarebbe rassicurante poter avere davanti a sé un pezzo di muro ed un un poster di Mezzogiorno di Fuoco, piuttosto che il faccione lampadato del proprio collega.
Giorgio Parti sedeva alla sua scrivania, al centro dell’ufficio, privo di protezione che non fosse la rachitica fronda di un ficus e si chiedeva cosa ci facesse lì una nuova arrivata.
Quote rosa, si poté rispondere, forse la nipote di uno dei piani più alti, forse il prossimo passo della strategia dell’open-space.
Rimuovere i nascondigli, focalizzare l’attenzione su una distrazione di innegabile bellezza e colpire le prede distratte dal nuovo gioiello dell’ufficio. Geniale, malvagio, infallibile.
Ma non per Parti.
La crescita modella in modo importante le priorità d’ognuno e Parti s’era trovato così tanto tempo nella difficoltà di avere una relazione, da trattare i rari casi con formidabile cura, come un giardiniere che per vent’anni coltiva quel fiore che sboccerà solo una volta e poi mai più.
La dedizione indefessa dell’uomo era dedicata ad una storia iniziata sei anni e mezzo prima e quindi, per quanto radiosa, la nuova arrivata in ufficio non portò all’attenzione dell’uomo altro che la presenza di una collega.
Ma non tutti crescono allo stesso modo e Panzetti, posizionato alla scrivania più vicina all’uscita ed al boccione dell’acqua, vedeva la presenza di estrogeni nella stanza come una sfida personale, il mandato dall’alto per una obbligata conquista, da cui sarebbe stato impossibile astenersi.
Si avvicinò alla nuova arrivata ed iniziò a parlare un italiano semplificato, adatto ad una comunicazione su morse. Mostrò con disinvoltura bicipiti ben scolpiti in palestra e dipinti di una tonalità, presente in natura solo in alcuni tipi di creta. Parlò dei suoi contatti in una costosa e terrificante discoteca del luogo. Presentò infine, come fosse una referenza, il modello della propria automobile, costosa e sproporzionata per il suo stipendio.
Nella sua ingenuità, la tattica in genere riusciva sulla grandissima parte delle vittime del Panzetti, spingendo spesso e volentieri Parti alla convinzione di essere in realtà in coma in qualche letto d’ospedale a sognare tutto quanto.
Forse non s’era mai ripreso da quella botta sugli scogli, quando aveva sette anni.
Contro ogni aspettativa, però, la donna declinò con chirurgica precisione la proposta dell’uomo, mostrando il proprio disinteresse per macchine costose e sproporzionate, bicipiti di creta e magliette d’un improbabile color rosa intenso.
Giorgio Parti si concesse un sottile sorriso sotto i baffi, incapace di altro, nel terrore di sembrare contento di qualcosa, mostrare apprezzamento o felicità, tutte cose che l’ambiente open-space rendeva terribili motivi di rinfaccio.

I giorni passavano ed il comportamento della nuova arrivata, Olivia Letti, si figurava sempre più strano. Non paga del rifiuto dato a Panzetti, la donna cominciò a seguire i movimenti di Parti, a mostrarsi oltremodo disponibile, ad interessarsi a lui, come nemmeno la sua compagna aveva fatto al loro primo incontro. Olivia aveva un modo liquido e scorrevole di muoversi, come se i suoi spostamenti fossero guidati da un qualche binario invisibile, progettato in secoli e secoli per rendere ogni cosa perfetta.
Rideva alla giusta sonorità per essere udita, ma non infastidire ed aveva profondi occhi nocciola che accarezzavano i panorami osservati prima di incanalarli nelle pupille.
Era una vera bellezza.
Ma la vera bellezza pareva interessata a Giorgio in un modo che non era possibile accontentare. L’uomo era impegnato e fedele, imperterrito nei propri principi, in maniera abbastanza rara per i tempi.
Senza problemi Giorgio aveva parlato dell’intera faccenda con la sua compagna, Margherita e quella aveva risposto seccamente:
-Voi maschi siete tutti uguali, arriva una donna in ufficio e tutti a volervela portare a letto. Poveretta.
-Ma a me non interessa, ho te, che me ne faccio della Letti?
-Seh, seh, fai tanto il santarellino, ma tanto se te ne desse l’occasione non faresti meglio di quell’imbecille di Panzetti.
Ciò ferì Parti più del dovuto.
Da bravo uomo di principi, aveva una visione lievemente distorta della vita, credeva che nel mondo si dovesse essere giudicati per le proprie azioni e non per pregiudizi, che una persona potesse essere fedele alle proprie parole ed altre varie stupidaggini che nemmeno una vita piuttosto triste ed oppostamente orientata era riuscita ad eradicare.
Pochi giorni dopo, Giorgio Parti ebbe la possibilità di testare le proprie intenzioni, in un momento di pausa dal lavoro.
Avvertì Olivia scivolargli dietro, mentre lui prendeva l’acqua dal brutto boccione al lato dell’ufficio open-space e dargli una manata sul sedere. Impietrito col bicchiere in mano, l’uomo sentì due labbra piene e profumate di rossetto avvicinarglisi all’orecchio e sussurrare:
-Giorgio, perché non cerchiamo un posto appartato e facciamo qualcosa di più divertente che tenere il bilancio?
Il cervello di Parti riscontrò un lieve cortocircuito prima di ricominciare a funzionare.
Era così che andavano le cose?
Non erano gli uomini di solito a fare questo tipo di uscite?
Non era il repertorio di Panzetti quello?
Un attimo d’allarme balenò nella mente del contabile.
E se Panzetti avesse visto tutto?
Avrebbero passato dei guai, sia lui che Olivia e non poteva permettersi sanzioni disciplinari in quel momento della sua vita. Il denaro gli era indispensabile.
Buttò un occhio su un grosso specchio, messo sulla parete dell’open-space per farlo sembrare più grande e notò che Panzetti aveva effettivamente notato tutto e sottobanco gli faceva segno d’approvazione col pollice alzato.
Leggermente fuori fase dalla realtà, Parti si sentì togliere di mano il bicchiere, mentre la donna lo portava verso un vicino sgabuzzino dove venivano tenute le risme di carta di ricambio per la stampante insieme ad altri articoli di cancelleria.
Non poté fare altro che apprezzare la scelta del luogo, in quanto molto poco frequentata. Alcuni secondi dopo, si trovò nell’imbarazzo di dover spiegare a sé stesso il significato di quell’osservazione.
La donna accostò la porta e buttò l’uomo dentro, poi si chiuse nello sgabuzzino insieme a Parti e cominciò a sbottonarsi la camicetta.
Il momento di smarrimento, per l’uomo, terminò più o meno al secondo bottone, quando prese la donna per il polso e la fermò. Sul volto di Olivia si dipinse un affresco di sincero spaesamento.
-Che diavolo fa?
Giorgio era rosso in viso come un peperone ben maturo e probabilmente le stava stringendo troppo forte il polso. Non sapeva se essere offeso per il fatto che Letti avesse creduto di poterlo prendere come un sacchetto e sbatterselo in uno sgabuzzino, senza se e senza ma, o se provare ribrezzo per il gesto di approvazione di Panzetti.
-Che credi che stia facendo, Giorgio?
Incurante della reazione negativa dell’uomo, Olivia gli si pigiò addosso e tornò a parlare con il suo tipico tono vellutato, con la bocca a pochi millimetri da quella di Parti.
Il contabile, intanto, sperimentava in prima persona la divergenza d’opinioni della sua zona pelvica rispetto al resto del suo corpo e spirito, mantenendo una rigida obiezione ad ogni singola forma di continenza verso Olivia Letti.
Ma gli uomini non sono necessariamente la propria pelvi e Parti spinse via la donna:
-Ma lo sa che questa è molestia sessuale? Io sono un uomo impegnato, io la denuncio!
Dopo un breve momento di sbigottimento, Olivia iniziò a ridere con un tintinnare di cristallo:
-Tu, denunci me per molestie sessuali? Un uomo come te che denuncia una donna come me? Non senti come è assurdo? Non ti crederà mai nessuno. E’ una denuncia da donna quella che stai per fare.
-Vedremo. Intanto lei mi stia alla larga o la denuncio sul serio.
Al che la spostò dalla porta a forza ed uscì dallo sgabuzzino. Olivia gli diede un’altra pacca sul sedere.
Era guerra.

Alla sua scrivania, Parti pensava che quello sarebbe stato il suo primo processo.
Perché aveva pensato proprio ad una denuncia, come gli era venuto in mente?
Probabilmente, all’ultimo, era stata la sfida di Olivia Letti a convincerlo.
Le reazioni all’accaduto spaziarono dall’incredulità assoluta di Panzetti (Che vuol dire che non te la sei scopata? Che cos’hai che non va?) all’indefinito mix di sbigottimento e diffidenza di Margherita (“Ma sta troia come si permette? Ma tu poi che hai fatto?” “Ti ho detto, le ho comunicato che l’avrei denunciata per molestie” “Ma ho scritto cretina in fronte? Bah. Ci dovrei pure credere?”).
Il piccolo mondo di Parti si stava piano piano sgretolando sotto le scosse telluriche di eventi al limite della realtà.
Per un momento si chiese se non fosse stato effettivamente lui il cattivo dell’intera vicenda, colpevole di non aver adempiuto al suo dovere di maschio (benché beta).
Come si fa una denuncia poi?
Parti aveva vissuto una vita tranquilla ed esente da eventi che lo mettessero in contatto col giudiziario e questa nuova necessità di farsi proteggere dalla legge (in cui aveva sempre avuto fiducia proprio perché mai aveva avuto a che farci) lo lasciava leggermente disorientato.
La memoria riportò alla mente la sensazione provata di fronte alla prima addizione, la prima frase scritta di suo pugno, i primi quindici metri in bici.
La sua prima denuncia per molestie sul luogo di lavoro.
Non un gran che, come titolo d’un libro per bambini.
Uscì dall’ufficio stanco, in qualche modo colpito dai recenti accadimenti, sicuramente colpito dalla reazione di Panzetti, che dava per scontato che non esistesse nessuno differente da lui.
Eppure, in modo piuttosto inconscio, nella vita ci si prepara a tutto il possibile, in modo da non rimanere impreparati.
Alle volte ci si premunisce anche contro l’improbabile, ma di solito l’impossibile lo si lascia da parte.
Parti, in quanto persona piuttosto sensibile alle gelide raffiche del mondo, s’era preparato addirittura all’impossibile.
Eppure eccolo là, a trentasei anni, un uomo la cui fortuna con le donne somigliava ad alcune ispirate cartoline delle dune del Sahara, molestato da una bellissima collega di lavoro, prossimo dal denunciarla per molestie.
Sembrava una brutta barzelletta.
La stazione di polizia, per Giorgio, era un luogo strano ed alienante. Margherita aveva cercato di dissuaderlo dall’insano gesto (Ma che ci vai a fare? A fare la figura del finocchio? Giorgio, ma non è che sei… gay?), ma senza risultato. Negli ultimi giorni, tra l’incredulità della compagna e la sfida di Olivia Letti, il suo piccolo fragile orgoglio era stato piccato troppe volte per lo standard a cui era stato abituato.
La denuncia era l’unica soluzione.
Per i locali ingialliti della stazione di polizia, giravano senza meta uomini e donne in uniforme e pochi agenti in borghese, probabilmente di più alto rango. Alcune persone malmesse sedevano in una sorta di saletta d’attesa, con le manette ben serrate ai polsi, sorvegliati da altri agenti riconoscibili per la tazzina di caffè nelle mani.
Timidamente, il contabile fermò uno degli agenti che sembravano sciamare senza una meta e gli chiese:
-Mi scusi, io dovrei fare…
Il resto della frase si perse in un sordo gorgoglio.
-Una che?
-Una denuncia.
-Eh, de che? Mica si fa tutto nello stesso posto.
Giorgio ebbe il subitaneo desiderio di inumarsi, ma dovette resistere, quando gli scintillanti occhi nocciola di Olivia Letti gli balenarono in mente, su sottofondo di un loop della voce di lei: “Non ti crederà mai nessuno”.
-Molestie
Affermò saldo. Il poliziotto rimase un po’ lì, interdetto, per qualche ragione tenuta silente.
Poi, concludendo con sé stesso che in fondo quelli non erano problemi suoi, gli indicò uno sportello in fondo alla sala, a fianco ad una fila di sedie confinanti con il girone degli agenti con caffè.
Vi si avvicinò titubante.
La guardia stava compilando pigramente una schedina del totocalcio.
Si dovette schiarire la voce almeno un paio di volte prima che l’agente lo degnasse anche solo di uno sguardo.
Era giovane, intorno ai venticinque anni, pelle scura, occhi svegli e degli spessi baffi neri, tenuti alla vecchia maniera. Anche la capigliatura era corta e ben curata.
-Desidera?
Accento siculo, molto forte e ben poco celato. Musicale.
Giorgio Parti spiegò la situazione all’agente dello sportello, che lo osservò prima con attenzione, poi con una punta di sconcerto. Seguì un forte smarrimento, per poi colare a picco nella più indecente delle ilarità:
-Mi sta contando che una bella signorina dell’ufficio suo le fa la corte e lei la denuncia per molestie sessuali?
-Esattamente.
-Ma lo sa che è una denuncia pe’ fimmine?
Parti rimase un po’ fermo a guardare l’agente. Possibile che le stesse parole venissero usate da così tante persone insieme?
E da quanto esistevano denunce ad esclusiva sessuale?
Per Parti ciò rimaneva un mistero.
-Non esistono denunce per donne.
L’uomo provava una risoluzione che nella sua vita non aveva avuto precedenti. Parlare in questo modo ad un agente in divisa non gli sarebbe mai saltato in mente qualche settimana prima. Probabilmente era messo a suo agio dai suoi baffi neri, un grosso millepiedi afroamericano placidamente appoggiato al labbro superiore.
-Sentite a me, a parte la figura che ci fate coi colleghi vostri, ma se pure la ragazza ha qualche prurito, grattatecelo. Quanto può mai durare?
-Cosa vorrebbe dire?
-Eh che se la fimmina è di tutta questa bellezza penso si stancherà di corsa. Hanno il buffet libero quelle e non vedo perché le dispiace. Ma poi ci sono processi per queste cose. Lei vuole fare un processo per questo…?
Si fermò un attimo, interdetto, come pensieroso:
-Ma non è che lei… ecco… ci piacciono altre verdure?
-Eh?
-Cioè, insomma, che… è un estimatore del finocchietto selvatico.
Deja vù.
Stava diventando snervante.
Era come rileggere lo stesso passo di un manuale ancora ed ancora, in qualche modo inconsapevole di essere fermo sempre nel medesimo punto.
La stanchezza prese il sopravvento su Giorgio Parti. Se il dialogo fosse stato quello già visto altre volte, non aveva intenzione di ripercorrerlo.
-Senta, sono affari miei. Mi faccia fare sta denuncia.
-Guardi che qua noi non giudichiamo nessuno. A me per esempio piace quel cartone animato coi pony, ma mica ci sta qualcosa di male.
Parti si passò una mano sul volto, cercando di raspare via con le dita ogni segno di impazienza. Non s’era mai trovato in una situazione di superiorità. Di solito, le altre persone della sua vita facevano leva su qualche cosa a lui caro e Giorgio era costretto a darla vinta, abbassando la testa e sorridendo se richiesto.
In quel frangente invece lui era nel giusto, di fronte ad una persona che avrebbe dovuto aiutarlo a mettere fine a quell’incubo e si trovava per l’ennesima volta accusato di fare una denuncia femminile perché gay. Già non ne poteva più.
I fogli del bilancio gli balenarono in mente come un’esperienza al confronto salvifica.
-La. Denuncia.
-Boh, come vuole lei.
Firmò agevolmente i moduli (un essere umano capace di compilare un bilancio tende a diventare velocemente un savant della burocrazia), mentre il poliziotto cercava di buttare lì qualcosa su cui fare due chiacchiere.
Tipo il suo singolo preferito dei Village People.

Pensare all’aula di un tribunale come ad un luogo di giustizia è assurdo quanto inutile e Giorgio Parti si trovò a dover affrontare l’inevitabile frustrazione che ne sarebbe seguita.
L’aula era semivuota, il giudice era spazientito, le parti in causa di umore variabile.
Parti sedeva, in giacca e cravatta al banco dell’accusa e mandava veloci occhiate nervose al suo avvocato, all’avvocato del convenuto ed al giudice, i quali davano tutta l’impressione di essersi messi d’accordo per uno sketch comico.
Alcune file dietro il banco dell’accusa stava Margherita, che faceva saettare gli occhi alternativamente tra Olivia Letti e Giorgio per cogliere un qualsiasi segno d’intesa. Almeno da parte dell’uomo, però, nulla pareva muoversi.
L’avvocato di Parti si era comportato in modo strano sin dal momento dell’assunzione.
Il contabile aveva descritto l’intero caso per filo e per segno, con la precisione che solo una vittima del bilancio aziendale può avere ed aveva concluso, in assenza di altre frasi ad effetto con un “Può aiutarmi?”
Si aspettava una breve digressione sul fatto che quella fosse una denuncia da donna, che probabilmente Parti era gay, invece no: l’avvocato unì le mani in una sorta di pensosa preghiera, lasciando che i polpastrelli si toccassero, ma non le palme. Poi iniziò:
-Senta, normalmente, anche sulla buccia di due noccioline cadute nel posto sbagliato io le consiglierei di fare causa. Qui in Italia così funziona, in fondo. Non se ne fa nemmeno un fatto di evitare il contenzioso, bisogna procacciarsi il lavoro come si può.
-Cosa…?
-No, no, mi ascolti. Capirà che in questo modo io avrei lavoro, almeno per un po’ di tempo. Non che mi manchi, ma ho spese da sostenere, lei capirà. Sa perché le sto dicendo questo?
Non attese nemmeno che Parti rispondesse:
-Ovviamente perché se lei spifferasse in giro quello che ho detto, nessuno le darebbe credito ed in secondo luogo perché voglio dimostrarle in ogni modo possibile che a me converrebbe essere trascinato in questa causa. Mi segue?
L’uomo non poté fare altro che annuire.
In fondo non gli veniva nemmeno lasciato così tanto tempo di reazione.
-Bene. Alla luce di tutto questo, le dico una cosa: non inizi questa causa. Le molestie sessuali di solito sono una miniera d’oro, ma fatte da un uomo… camminiamo su un piano del tutto nuovo. Non saprei nemmeno dove mettere le mani…
Sapeva dove stava per andare a parare l’avvocato.
-Ma che poi, scusi, di cosa si vergogna? Questi sono tempi moderni, le cambia qualcosa se effettivamente scoprono tutti che lei è gay?
Ecco.
Parti spalancò un po’ gli occhi senza staccarli dall’avvocato. Non aveva nulla contro gli omosessuali, ma lo mandava in bestia che lo si considerasse tale come se fosse un’ovvietà. Aveva sempre di più l’impressione di aver fatto torto ad una sorta di ordine cosmico, non facendo sesso con la sua collega. Sotto una gragnuola di sguardi perplessi, le sue convinzioni si stavano crepando come intonaco.
In qualche modo conscio di aver parlato a sproposito l’avvocato invertì, visibilmente imbarazzato, la rotta:
-Ah, ma… lei…
-No.
-Oh. Allora c’è qualche altro motivo…
-Sono fidanzato.
-E…?
-Basta.
-Oh… Solo… Questo. Come preferisce. In ogni caso io le sconsiglio di intentare causa a questa donna per molestie.
Ancora una volta la propulsione della forza di volontà di Parti funzionò al contrario. L’ultima spinta indietro lo aveva solo fatto rovinare più avanti. Rispose, in un sospiro rauco:
-Ed io la sto assumendo per intentare causa a questa donna.
Al che l’avvocato scrollò le spalle. In fondo quello non era affar suo, al contrario della parcella. La caricò di una trentina d’euro per il disturbo e l’affare venne concluso.
Il giudice risvegliò Giorgio dai suoi pensieri, facendosi sentire con la sua vocina squillante. Era alto si e no un metro e sessanta ed il tempo era stato parecchio inglorioso con lui.
Fino ad allora l’intera faccenda s’era svolta in modo piuttosto prevedibile.
L’avvocato di Parti aveva avanzato le proprie accuse, dopodichè il giudice era rimasto interdetto per un po’. La difesa era partita alla carica con un argomento pieno di basi logiche e prove schiaccianti (Ma vostro onore, per favore, guardate quest’uomo, guardatelo! Le sembra possibile che costegli, fatto di carne un po’ come tutti noi, rifiuti le attenzioni di così bella signorina? Deve esserci qualcosa che non va, non trova?).
Argomentazioni di simile inoppugnabilità le si potevano trovare solo in alcuni trattati di filosofia Cristiana.
Seguì un veloce interrogatorio della signorina Letti, che mentì spudoratamente dichiarandosi innocente, singhiozzando scossa che Parti non l’aveva nemmeno mai guardato e del resto perché farlo? Non era nemmeno questo gran ché. Era stato lui che l’aveva riempita d’attenzioni, che non la lasciava stare un attimo.
Ascoltando Olivia Letti (il cui metodo attoriale non andava oltre un convinto svolazzare di ciglia ed una certa abbondanza di seno) Margherita non considerò nemmeno per un attimo che stesse mentendo.
Sicuramente Giorgio doveva aver fatto qualcosa. Forse senza volerlo, certo, ma qualche colpa l’aveva di sicuro.
Parti invece, disperato e sempre più allucinato, seguì con la sua deposizione, che venne seguita con mal celato sospetto da ognuno dei presenti. Il contabile aveva la vaga impressione che tutto stesse per andare verso la direzione sbagliata e di ciò ebbe conferma una volta iniziato il controinterrogatorio.
-Signor Parti. Qui non si va da nessuna parte…
L’avvocato iniziò a ridacchiare, la mano sinistra del contabile a tremare. Era in una barzelletta, sicuro, il protagonista di una barzelletta…
-… la povera signorina Letti dice una cosa, lei millanta l’opposto. Qui non ci muoviamo. Le dico io invece cosa è successo secondo me…
L’avvocato s’era messo di spalle, per aumentare l’effetto scenico. L’eco di diverse puntate di Law&Order venne proiettato in sovraimpressione alla realtà, rendendo il tutto ancora più strano agli occhi di Giorgio Parti.
-… lei è un uomo frustrato, signori Parti, glie lo si legge in faccia…
L’avvocato dell’accusa interruppe:
-Obiezione, sta insultando gratuitamente il mio cliente, non è rilevante!
-Respinta. Continui.
-… dicevo… da quanto tempo è in quell’ufficio signor Parti? Due, tre? Quattro anni? Ed ecco che vede entrare la nuova arrivata, bellissima, florida…
Ogni parola caricava l’avvocato come una molla, pronta a scattare:
-… non le sembrava vero! Così ha approfittato della sua posizione di superiorità per…
Si voltò ad una velocità impressionante, con un gesto atletico probabilmente perfezionato negli anni e puntando il dito contro Giorgio:
-MOLESTARE LA MIA CLIENTE! Una volta fallito il suo perverso intento, (del resto che speranze credeva d’avere?) ha denunciato la signorina Letti del suo stesso crimine, credendo di farla franca!
Impressionato più dalla mimica, che dalla sostanza (arrivata a toccare le vette logiche di un testo creazionista), Parti rimase paralizzato, con la punta dell’indice dell’avvocato ben piantata sulla punta del naso. Provò a balbettare:
-Non… ha gran che… senso.
Ma le sue parole andarono inascoltate. Il giudice già lo guardava con riprova, il suo avvocato si passava le mani sul volto con disperazione.
Margherita lo guardava come si può adocchiare uno pedofilo recidivo: neanche un secondo era stato speso dalla donna per valutare una possibile situazione di innocenza. Dal momento in cui aveva messo piede in quell’aula, Giorgio Parti era già colpevole agli occhi di tutti.
Il processo sembrava volgere al termine, quando ad un tratto l’avvocato dell’uomo si alzò, bianco come un cencio e con gli occhi rossi di chi ha fatto uso di troppa cocaina sin dai tempi del pannolino.
Puntò l’indice lungo e cicciotto verso Giorgio e gridò:
-Obiezione vostro onore! Il mio cliente non può aver molestato l’imputata perché egli è omosessuale! Me l’ha confessato lui stesso!
Silenzio.
Come dopo aver pronunciato una parola proibita, l’intera aula di tribunale rimase imbarazzata a guardare a terra. Ormai Giorgio non riusciva ad essere veramente sorpreso quando lo bollavano gay, quindi sarebbe dovuto rimanere relativamente tranquillo.
Invece, qualcosa fece affondare i suoi poveri neuroni un altro passo più vicino al cortocircuito.
Gli sguardi dei presenti erano cambiati.
Dall’inossidabile accusa di pochi secondi prima, gli astanti erano virati su fugaci sguardi di pentimento, vergogna. Addirittura senso di colpa.
Gli unici occhi in cui Giorgio trovò solidarietà furono paradossalmente quelli di Olivia Letti, che pareva essere disorientata quanto lui.
Il silenzio continuò per un altro buon minuto, il giudice e gli avvocati evitavano lo sguardo del contabile e Margherita era rimasta bloccata in un’espressione di estrema sorpresa, con una mano davanti alla bocca.
Quel processo, pensò Giorgio, era stato condotto in modo diverso da tutti gli altri.
Tanto per cominciare tutti loro si stavano muovendo sul filo da equilibrista di una peculiare denuncia per molestie ed al contempo la marea del sospetto cambiava direzione, dall’accusa alla difesa, attraverso poche semplici parole magiche, dogmatiche, incontrovertibili.
L’accusa dell’avvocato della Letti non aveva bisogno di essere discussa, perché è ovvio che un uomo insignificante tenti di insidiare una donna così bella e vendicarsi del fallimento.
Il legale di Parti invece era ricorso ad un’altra formula arcana. Parti era gay, quindi non avrebbe avuto di molestare la Letti ed il fatto che lui potesse invece essere di altre preferenze sessuali non era nemmeno tra le opzioni vagliabili.
In fondo chi mentirebbe su una cosa come quella?

Lite temeraria.
Il processo s’era concluso in maniera indefinita.
In breve, il giudice aveva ritenuto che quel tipo di causa avesse fatto perdere tempo al tribunale:
-Del resto mi capisca, signor Parti, in quanto… ecco… di gusti particolari, dovrebbe avere una certa tolleranza verso la signorina Letti…
A quanto pareva, l’omosessualità, nella mente del giudice era in qualche modo simile al buddhismo.
Ora Giorgio sedeva sul letto, totalmente allucinato. In mano, la multa del tribunale.
Soldi, soldi che andavano via, ma non era questo a lasciare in uno stato simil-catatonico il povero contabile: quel documento era la prova tangibile che stava lentamente diventando pazzo, anzi, non stava diventando pazzo, lo era sempre stato.
In fondo si sarebbe dovuto aspettare ciò che gli era accaduto. Lui era un uomo ed un uomo ha un sacro patto con un’entità superiore, che lo costringe a non rifiutare alcuna possibilità di coito. La società lo vuole, un bene superiore lo vuole.
Dio lo vuole.
E questa trovata della denuncia per molestie? Le donne non sono vincolate dagli stessi obblighi maschili, possono rifiutare di fare sesso se vogliono ed è a questo che serve il suddetto reato.
Parti doveva aspettarsi che utilizzando uno strumento a disposizione di un sesso non suo, sarebbe incappato nell’unica conseguenza possibile. Se uno è un uomo ed usa cose da donna, come minimo è gay.
Era stata tutta una punizione divina.
Aveva rotto il sacro patto ed ora qualcuno più in alto glie la stava facendo pagare, scaraventandolo in un baratro di follia…
-Giorgio, sei gay?
I pensieri di punizione ancestrale dell’uomo vennero interrotti da Margherita, che sostava alla porta della camera da letto con uno sguardo affranto, preoccupato, di chi ha appena realizzato che la propria vita è sempre stata una bugia. Giorgio era rassegnato.
Non aveva senso smentire, ma era anche un uomo di principi e mentire non era uno di quelli.
Scosse la testa.
-Allora perché non ti sei portato a letto quella tizia?
Ovvietà. Causa effetto. Dio, perché mi hai abbandonato?
-Perché non volevo. Non devo mica fare una giustifica, Margherita. E poi abbiamo fatto l’amore due giorni fa. Non basta come prova?
-Giorgio, io capirei, non c’è niente di male. Voglio solo che tu sia felice. Però non voglio che tu mi menta. Ti piacciono gli uomini?
-No Margherita.
-Dimmi la verità, c’è un altro?
-Margherita non sono gay.
-E’ Panzetti, non è vero? Cosa ci trovi in quello? Immaginavo uno di quei gay raffinati, ma Panzetti?
Giorgio si chiese per un attimo se in quella discussione, lui avesse mai davvero aperto bocca. Eppure ricordava che no significasse no. Evidentemente la punizione divina era più pesante di quanto avesse creduto.
-Margherita stiamo insieme da sei anni. Posso mai essere gay?
La donna gli si buttò in ginocchio davanti, tenendo le mani sulle sue:
-Allora sono io, Giorgio? Sono io che non ti piaccio più?
L’uomo non rispose. Sapeva che intorno a lui si stava svolgendo una recita preordinata, indipendente da ogni sua possibile mossa.
L’unica sicurezza rimastagli era che quello scherzo del destino sarebbe continuato anche senza di lui. Margherita nel frattempo s’era fermata, forse a pensare qualcosa.
Poi disse:
-Giorgio, so che mi ami tanto. Ma so anche che puoi avere i tuoi bisogni… per un uomo immagino sia così… no? Puoi… puoi portarla qui e… toglierti lo sfizio e tutto tornerebbe come prima… o… potrei.. esserci anche io…
Il povero contabile poteva ricordare, appena qualche giorno prima, la sua vita normale, senza grandi sorprese, un mondo che andasse per un verso, una creazione che rispondesse alle sue azioni in maniera più o meno massiccia.
Giorgio Parti ricordava un momento della sua vita in cui doveva essere stato sano di mente.
Quel momento era lontano.
Non rispose, non ce la faceva più. Si alzò dal letto, scostando Margherita ed uscì di casa, nella speranza che l’aria fresca gli schiarisse le idee.

Una volta tornato, Giorgio trovò la casa vuota. Un biglietto stazionava solitario sul tavolo della cucina, vergato velocemente con la scrittura di Margherita.
“Non voglio frenare la tua natura. Se ti piacciono gli uomini non c’è posto per me. Addio.”
Fu l’ultimo colpo.
Ad un occhio esterno sarebbe potuto sembrare che qualche entità invisibile avesse rimosso le ossa dalle gambe di Parti. Si accasciò lentamente a terra, senza curarsi di trovare un qualche piano d’appoggio e cominciò a guardare nel vuoto, gli occhi pieni di lacrime pesanti e non ancora cadute dalle palpebre.
Un solo gesto.
Gli era bastato guardare negli occhi la prima volta Olivia Letti per dare inizio a quello sfacelo.
L’avrebbe dovuta assecondare. Avrebbe dovuto mantenere il segreto, vivere con quel piccolo peso sul cuore, sapendo che quella macchia avrebbe retto la fragile architettura che s’era dimostrata essere la sua vita.
Vedere tutto ciò che aveva costruito con gran fatica, distrutto da una così piccola azione (intrisa di giustizia per altro), gli era insopportabile. L’uomo sentiva l’intera faccenda rodere come acido le basi della sua anima, con una tale violenza da oscurare qualsiasi altro bisogno fisico.
L’acido trasformò il suo istinto di sopravvivenza pian piano in odio, lo corrose con pazienza in insofferenza, lo fece decadere in un attimo in depressione. Non aveva senso vivere in un mondo così stupido, così fragile, stava solo perdendo tempo continuando a respirare.
Si avvicinò al forno ed accese il gas. Il forno l’avrebbe salvato, perché la follia degli uomini non si riflette sulla fisiologia dei loro corpi. L’asfissia avrebbe ucciso comunque e per sempre, nonostante ogni punizione divina.
Fu però quando ebbe girato la manopola del fornello che nella casa irruppe di nuovo Margherita.
E non era sola.
Dietro di lei c’era Olivia Letti, l’agente siculo, il giudice e l’avvocato della difesa, non ultimo il suo capoufficio. Ed erano tutti così contenti, sembravano soddisfatti, avevano il viso della festa.
Forse erano venuti ad assistere alla fine del sacrilego?
-Giorgio sono così felice per te!
Disse raggiante Margherita. Lo abbracciò, lo baciò sulle guance e sulla bocca, ma Giorgio rimaneva perfettamente immobile, inespressivo. Per lo più confuso.
-Cosa…?
-Ma non capisci? Era tutta una prova, per te…!
Cominciò ad indicare gli altri:
-Olivia, il giudice e l’agente sono tutti attori. Con il capoufficio invece mi sono messa d’accordo io! E sono così felice che tu nonostante tutto non m’abbia tradito! Sei davvero l’uomo perfetto!
Il resto del gruppo, dietro, aveva cominciato ad applaudire e ridere, in sincero giubilo per Giorgio Parti ed il suo strepitoso successo.
L’attrice impersonante Olivia addirittura aggiunse:
-Mi hai davvero stupita, Giorgio, di solito ci cascano tutti! La cavalleria non è morta, in fondo!
Ma l’uomo non ascoltava più.
Era lontano.
Da qualche parte, a pochi metri di lì.
Ad osservare e pensare “Che scena assurda”.
Una montatura. Da cinque giorni a quella parte aveva vissuto una raffinata recita, così credibile nella sua assoluta mancanza di plausibilità. Meno male che era tutto finito, meno… male?
Cosa c’era dietro il velo del teatro?
C’era la follia pura.
C’era una donna capace di distruggere una persona che dice di amare, pur di accertarsi della sua fedeltà. Per quanto cercasse di trovare forme peggiori di psicopatia, non ci riusciva, lì, tra le braccia del suo alienato carnefice. Non sarebbe mai sopravvissuto a quella mole di follia.
Chi, del resto, ci sarebbe riuscito?
Non poteva permettere che Margherita, che quelle persone rimanessero a piede libero.
Non vicino a lui.
Doveva difendersi.
Doveva confinarli lontano.
Si alzò, nello sconcerto dei presenti, ancora tutti molto soddisfatti del loro lavoro, e si avvicinò caracollando, al telefono, dove digitò velocemente un numero che non pensava nemmeno di ricordare.
Gli occhi degli astanti erano fissati su di lui, sul suo gesto apparentemente inspiegabile e qualcuno pensava che il contabile scherzasse quando alla cornetta scandì:
-Pronto, NEURO? Vorrei segnalare un ricovero…

La sala visite dell’istituto psichiatrico era fredda e piena di persone mugolanti.
Nella tragedia di visitatori che cercano di comunicare con pazienti lontani intere realtà, sedevano in una tesa calma Giorgio e Margherita. L’uomo disse:
-Ti prego, non odiarmi per questo. E’ meglio per tutti… dopo quello che è successo. Non credi?
-Giorgio ti prego, torniamo a casa, possiamo risolvere questa cosa insieme. Non capisco cosa ti sia preso, perché mi fai questo?
-Non posso farcela Margherita, mi dispiace. Ne ho avuto la prova. Non posso farcela.
Al che l’uomo fece un cenno all’infermiere e questo lo venne a prendere, appoggiandogli una mano sulla spalla e rivolgendosi a Margherita:
-Signorina, l’orario delle visite è finito.
La donna fece per protestare, ma Giorgio seguì sua sponte l’infermiere, guardando a terra, lontano, barricato dietro le poche certezze che non erano state infrante da quell’ultimo terribile mese.
Il suo ultimo punto fermo: senza di Loro sarebbe stato al sicuro.
Margherita, sconfitta, uscì dall’istituto, confusa, nel misero rivolo di visitatori. Fuori dall’edificio si voltò a guardare una finestra e si accorse che da questa, Giorgio la guardava.
Dall’alto del terzo piano, a sua volta, l’uomo guardava la folle che si allontanava dalla sua fortezza, portando con sé il suo mondo velenoso.
Lì sarebbe stato al sicuro.
Al sicuro.
Al sicuro.

Fine.

Cortometraggio – La Prova (Feat. Andrea Baglio)

Sto guardando l’unica mandata in onda di Masterpiece.
E’ l’anno passato. Non ricordo nemmeno più la puntata.
Sono alla seconda birra ed al terzo bicchiere di Varnelli (“Eh, su, dai guarda quanto poco ne è rimasto, che fai, lo lasci là?” “A me il Varnelli manco piace…”) e mi arriva un messaggio sul cellulare.
E’ Andrea Baglio.

Molti di voi lo conoscono, principalmente perché è attraverso lui che è possibile siate arrivati qui. Altri possono colmare il loro gap di conoscenze guardando QUESTO, o seguendo la sua pagina Facebook.
In breve, è uno youtuber. Anche bravo. Ha vinto pure un premio ai Rome Web Awards nel 2014. Cerca pure di inserire nei suoi video argomenti seri, mi dice a telefono. Cerca di imprimere una regia da “professionista”, invece di giustificare un lavoro sciatto dicendo che “tanto son solo video sul Tubo”.
Una persona seria, avrei dovuto pensare. Purtroppo, a telefono, non lo sto minimamente ascoltando.
Il mio cervello è esploso durante i primi dieci secondi di conversazione, quando il suddetto Mr. Baglio mi chiede: “Ti andrebbe di collaborare?”.

Baglio non lo sa, ma gli avevo detto già si prima che iniziasse a sciorinare le sue credenziali. Glie l’ho dovuto ripetere di nuovo alla fine. Sembrava un po’ quella scena di Troisi dove chiede di uscire ad una ragazza. Sto divagado.
Le condizioni sono abbastanza semplici: io gli scrivo una sceneggiatura e lui mi gira un bel cortometraggio, che potrebbe addirittura arrivare in gara al Giffoni Film Festival nella neonata sezione per adulti. Siccome è un professionista serio, mi dice anche che vorrebbe fossi presente alle riprese, per dare il mio apporto all’intera iniziativa. Il cervello mi esplode una seconda volta, chissà quante informazioni avrò perso.

Il succo della questione è che così, di punto in bianco, mi trovo a scrivere la prima sceneggiatura della mia vita. Non troppo lungo, abbastanza poco fantasy da non richiedere effetti speciali ed in più, con un tema diametralmente opposto a quello intorno a cui ruota l’attuale dibattito sociale.
Una settimana prima del Salone del Libro, quindi, parto in treno per Milano, per imbarcarmi in un’impresa (per mia gioia)  suicida.
La produzione è totalmente NO cost, gli interni sono divisi tra persone che devono un favore a Baglio e la casa di uno degli attori, Andrea Villaraggia, che mosso a pietà ci ha ospitato, approfittando dell’assenza dei suoi. Anima pia.
Vi dico solo che la notte del nostro arrivo, siamo stati sabotati dal GPS dell’auto del co-regista Andrea Aglieri. Invece della Via X, numero 25, nella città Y, siamo finiti ad Arluno, ridente cittadina della bassa padana, fiera possidente di un’omonima Via X, che si fermava timidamente al civico 12. Immaginate ora Andrea Baglio a mezzanotte e tre quarti, seduto sul finestrino dell’auto in corsa a gridare a squarciagola il nome del povero Villaraggia, che non avrebbe mai risposto.
Immaginate, durante le riprese, una delle batterie delle telecamere che prende misteriosamente fuoco in una pirotecnica esplosione, rischiando di incendiare la casa del povero Villaraggia.
Figuratevi la povera truccatrice, Giada, da me costretta a ridurre Baglio ad uno zombie per simulare il prepotente stress del protagonista.
Per non parlare di una delle nostre attrici protagoniste, che all’una e tre quarti del primo giorno (si, proprio quello di Arluno) ci telefona serafica, confessando di essere incinta ed impossibilitata a viaggiare dall’altra parte d’Italia. Costei era anche il nostro contatto per il Giffoni. Chiglièmmuort. Il tutto seguito da un frenetico spaginare di tablet per riempire i buchi di casting.

Come avete potuto intuire, l’abbiamo fatto per la gloria.

Che dire, in due settimane, ho potuto gustare l’amaro sapore della vita sul set, che consiglio in questa formula a chiunque cercasse vita facile nel mondo del cinema. Non ho mai dormito così poco. Con un bieco trucco che mi rifiuto di riportare, mi hanno addirittura spinto a fare un cameo nei panni dell’agente di polizia della scena in commissariato. Il povero Anthony, che recitava con me quella parte, potrebbe aver perso un polmone a forza di fumare a beneficio della telecamera.

Ciò che ne è venuto fuori, però, è un prodotto di una professionalità (non me ne volere, André), che non mi sarei mai aspettato dall’Armata Brancaleone che ci eravamo rivelati essere.
Rispetto al racconto da cui è tratto, avrete modo di leggere, la resa è stata decisamente più tragica ed il montaggio ha aiutato a dare quel senso di panico che il nostro misero Giorgio Parti deve aver provato, nel vedere la sua vita ridotta in brandelli.

Il corto, inoltre, riesce a prendere a schiaffi talmente tanti argomenti, che mi meraviglio dell’assenza di qualche rompicoglioni che tenti di moralizzarci.
Tanto per cominciare abbiamo i doppi standard, che regnano sovrani nella civiltà di correttezza simulata visibile negli 11 minuti di corto. Per quanto mi piacerebbe affermare il contrario, si faranno sempre due pesi e due misure tra uomo e donna. Forse è semplicemente troppo presto per aspettarsi il contrario. Dagli uomini, non mentiamoci addosso, ci si aspetta ancora che scopino qualsiasi cosa sia a vista, come una colf filippina da cinepanettone. Difatti, quando Giorgio rifiuta le avancès di Olivia Letti, il resto del mondo, a cui si rivolge per aiuto, non ce l’ha con lui. Non c’è nulla di male ad essere gay, continuano a ripetergli, ma nessuno si ferma a pensare che forse, anche la figura maschile possa necessitare dello sdoganamento per cui le donne ora combattono con veemenza.
Secondo tema, un po’ meglio nascosto: il razzismo/sessismo al contrario: che il Nostro sia gay va bene (un fatto, che appena qualche anno fa sarebbe stato inaccettabile), ma rimane incomprensibile e sviluppa avversione il comportamento di Parti. Lo sconvolgimento degli astanti non sorge per altro che questo: Giorgio è stato corretto, ha rispettato ciò che la società gli ha indicato come un comportamento da tenere. Questa è la società dove bisogna essere fedeli nelle proprie relazioni, la famiglia è fondamentale e sacra, ma se da uomo non fai un po’ il fringuellone, qualcosa che non va c’è. Interi set di valori si sovrappongono e si scontrano tra di loro, facendo del nostro modus pensandi un confuso frullato di difficile digestione. Forse è per questo che la vita sembra tanto difficile.
Infine, l’assurdo. Forse pochi di voi sanno che il servizio di cui ha usufruito Margherita (quello di assoldare una donna che metta alla prova il proprio partner) esiste davvero negli Stati Uniti ed andava discretamente forte negli anni zero di questo nuovo, sciagurato millennio. Guardarsi attorno vuol dire avere la sfortuna di notare tutta una serie di dimostrazioni di pura follia, che qui abbiamo voluto esagerare.
Giorgio, infatti, non pensa nemmeno per un secondo che il problema sia lui.
Il problema sono Margherita ed i suoi compari, folli e scriteriati che non possono essere lasciati a piede libero. Parti crede che ci sia un’umanità dalla sua, attonita di fronte alla psicosi, ma in realtà non c’è nessuno. Alla fine, Giorgio Parti, pur di allontanarsi da Margherita si fa “salvare” dal mondo in manicomio, che abbiamo fatto intravedere accuratamente vuoto. Perché?
Perché per quanto Giorgio sia corretto e serio, rimane inadatto. Il sistema, in fondo, ha regole semplici, lineari, che si sarebbe potuto limitare a seguire per continuare a vivere in modo tranquillo e rispettabile: un sistema incarnato dal personaggio di Panzetti (il tamarro in ufficio all’inizio, interpretato dal povero Villaraggia, che s’è fatto una settimana intera col fondotinta carota addosso), che non a caso, nel delirio di Parti, ne diverrà coscienza ed angelo custode.

E che c’entra #stopomofobia vicino al titolo del video?
Si, si parla di Gay, è vero, ma dov’è l’omofobia?
La faccenda è che l’omofobia è la declinazione di un problema precedente. Un omofobo è prima di tutto un soggetto che non riesce a concepire qualcosa di diverso da sé e da ciò che conosce. In fondo, ogni singola detrazione a riguardo può essere al giorno d’oggi contrastata con un po’ di buonsenso e due cucchiaini di scienza medica. Gli omofobi non ce l’hanno coi gay. Non sul serio almeno.
Ce l’hanno col fatto che il posticino comodo che occupa il loro ordine mentale, venga scosso da qualcosa di nuovo a cui doversi adattare.
L’omofobia non sarà risolta spiegando razionalmente che i gay non sono l’anticristo. E’ una perdita di tempo e anche funzionasse, i gay verrebbero sostituiti con qualcos’altro.
E’ la diffidenza dal diverso-da-sé, che va combattuta ed è di questo che parla La Prova: di quanto ancora il mondo non sia pronto ad accogliere ciò che non capisce.

Spero, nel mio piccolo, di aver aggiunto una chiave di comprensione.
Spero anche di aver scritto una bella storia e di aver contribuito a creare qualcosa di appassionante.

Spero in un sacco di cose, ma poi, alla fine, cosa ne pensate, dovete dirmelo voi.
E spero lo facciate.

Inoltre, ci leggiamo questa domenica col racconto che ha dato vita a quest’opera, illustrato per l’occasione, da un’ospite più che gradito.

Se tu che leggi, inoltre, fossi un regista e volessi contattarmi per una collaborazione… hey. Chi sono io per dire di no?

Ringrazio tutti coloro che hanno affrontato quest’ordalia insieme a me, che non riporto, perché potete tranquillamente trovarli nei titoli di coda del corto. Li trovate anche su Facebook. Seguiteli, son fighi.

Cinematograficamente vostro,
-Lorenzo-Vargas-

Recensione + – Fight Night, di Stefano Trucco

Di recente è uscito in libreria un altro dei parti di Masterpiece, la marmaldeggiata trasmissione letteraria di Rai3, che tentava di unire il format del talent al (a quanto pare sacro) mestiere dello scrittore.

Sto parlando di Fight Night, di Stefano Trucco. 400 pagine belle piene di storia avvincente, citazioni colte ed all’occorrenza vagoni di bastonate. Come al solito, tenterò di mantenere il fattore spoiler sotto lo zero, in modo che, qualora voleste leggerlo, non vi troviate misteriose doti di chiaroveggenza seguendo la storia.

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Ho deciso, inoltre, vista l’attenzione media del lettore di internet, di dividere quest’articolo in due. Prima ci sarà la recensione spoiler free, poi, a seguire, una relativamente breve analisi del romanzo nelle sue varie inevitabili rughette, che potrete leggere o meno. Sappiate però che questa seconda parte se ne sbatte del fatto che gli spoiler siano una brutta cosa. Da per scontato che abbiate gia fatto i vostri compitini. Inoltre qualcosa me la scorderò di sicuro, quindi se tu che stai leggendo casualmente hai il pizzetto ed un marcato rotacismo unito all’accento genovese, ti conviene che ne parliamo da vicino meglio, magari con un caffè.
Cominciamo.

La storia di Fight Night è tutto sommato semplice, se ci si vuol limitare a passare il colino sulla superfice del brodo. Due ragazzi di incredibile bellezza, carisma e superficialità, Castore e Polluce, uno l’opposto dell’altro, si confrontano con la tragica eventualità di trovarsi senza padre.
Ettore De Luca perde il genitore in Afghanistan. E’ il primo soldato italiano a farsi ammazzare dai terroristi islamici. Alessandro Ficara invece, si trova orfano di un finanziere disonesto, riuscito, con la leggiadria di un passero, a far sparire i soldi di tutti i danarosi di Genova. Scoperto dalla polizia si suicida in un parchetto della città.
Abbiamo quindi tutti gli ingredienti base per l’epica, o per un manga, o un videogioco. I personaggi sono speculari l’uno a l’altro, in modo quasi spettrale. Il piccolo Ettore, figlio dell’eroe, intraprenderà un percorso di deresponsabilizzazione, giustificato da tutto e tutti manco fosse morto lui in Afghanistan. Entrerà nel tifò di matrice fascista del Genoa calcio e si legherà alla losca figura di Flavio Sinatra (sobriamente definito «Il Male»), al secolo amico di suo padre.
Ficara dall’altra parte, appesantito dalla lettera scarlatta delle colpe dei padri, decide che è ora di prendere in mano la propria vita. Inizia un percorso di ferrea disciplina attraverso le arti marziali, lavora e riabilita il proprio nome negli ambienti rossi di Genova, grazie all’amicizia con Gianluigi, un cinefilo e wannabe regista che viene colpito di striscio dall’eroico fascino del giovane.
Comune denominatore dei due è che sono entrambi degli esempi quasi imbarazzanti di maschio alpha. Se uno non raschiasse con delicatezza la superfice patinata, sembrerebbero degli dei greci, scesi in terra per graziare una moltitudine di vulve e retine ambosessi. Altro punto di contatto sono le arti marziali, per Ettore un mezzo d’elevazione dalla marmaglia genoana (alla quale però dona volentieri le proprie capacità belliche in occasione della stagione calcistica) e per Alessandro impareggiabile mezzo di riscatto.
Attraverso una serie di vicende che mo non sto a snocciolarvi, i due si troveranno a fare da nucleo ad un fiocco di neve apocalittico di violenza sopita ed endemica a Genova.

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L’impianto però non si riduce alla rivalità tra i nostri Dioscuri di casa (che in realtà nemmeno si incontrano fino alla fine), ma rimbomba in un immenso coro di personaggi, ognuno latore della propria spinta alla vicenda. Andiamo dai citati Flavio Sinatra, poliziotto corrotto e Scarface malriuscito; Gianluigi, intellettuale sinistroide ed anima antica in un corpo di giovane cineasta; Vanessa, ragazzina mild-goth di incredibile buonsenso che stilla realismo magico in ogni sua apparizione, con episodi di preveggenza e incantesimi invisibili, ma funzionali; Eleonora, la ragazza ricca e nobile (anche lei inverosimilmente bella), benché stupida come un’apericena, legata ad Alessandro da un’amore da romanzo (ops); Il Maestro, che per le varie vicissitudini finisce per essere istruttore di kickboxing di entrambi i nostri eroi; Bobo Delucchi, teppistello amico di Ettore privo del materiale per la vera malvagità. Non ne ho elencati nemmeno una metà.
Questo variegato carnevale, permette a Stefano di saltellare da un punto di vista all’altro, dalle vicende, ai racconti, alle dicerie, ad altre vicende ancora, impedendo al lettore di addormentarsi, a costo di non farlo respirare tranquillo. La voce narrante è un piacevole ibrido, che si trova a raccontare la propria storia davanti al fuoco (è una metafora, si intenda), cambiando i propri atteggiamenti, la sintassi, facendo le vocine adatte per ognuno dei personaggi ai quali da fiato, senza perdere la propria identità di complessivo burattinaio.

I dialoghi, cosa per nulla scontata, sono fluidi e verosimili ed assolutamente attuali in quella che può essere la Genova odierna. Basti osservare il cambio di registro tra una Gianluigiata qualsiasi (il punto in cui ci si avvicina di più al Trucco dietro la maschera) e gli sproloqui paratattici dei minus habens genoani.
Non dovrebbe nemmeno spaventare il motore portante della vicenda: la lotta.
Sia chiaro, non mi paga nessuno per scrivere questo pezzo. Personalmente, trovo la necessità di ricorrere alle mani la risorsa di esseri sottosviluppati e questo se parliamo di situazioni, chiamiamole «in natura». Figurarsi gente che si applica per farsi spaccare la faccia davanti ad un pubblico. Perdonatemi, ma mi sembra di avere a che fare con dei bimbi stupidi.
Ciò nonostante ho trovato il romanzo piacevole ed interessante, a tratti (benché questo lo affermo con riserva, col timore di intaccare le vendite) potrebbe essere riuscito addirittura a farmi pensare. Stefano, al contrario di altri autori di prosa consimile, ci fa la grazia di non volerci ferire durante la lettura. Non pretende che la fruizione del romanzo sia un lavoro di espiazione per il lettore. Stefano non ci odia poi così tanto. Difatti, lungi dall’indorare una pillola che il più delle volte propende più per l’essere un magnifico suppostone, corregge la narrazione con piacevole ironia, divaga all’occorrenza e proprio come quella persona che racconta le sue storie davanti al fuoco, corregge il tiro allo scemare dell’attenzione generale.

Dopo tutta questa sviolinata, ovviamente, Fight Night di difetti ne ha e vorrei vedere. E’ un’opera prima, se Stefano fosse arrivato già alla perla perfetta adesso, non avrebbe senso per lui continuare. Fortunatamente le pecche di questo libro sono lì per chi le sta cercando, ma se si legge senza il bisturi, si fanno silenziosamente da parte, senza dare fastidio.

Un ultima nota, per la parte di recensione, Fight Night ha un grande pregio secondo me: è senza genere. Contrariamente al grosso di ciò che mi vedo intorno in libreria, scivola comodamente in tutti i contenitori del caso. Il noir, il pulp, il realismo magico, il romanzo sportivo, classico o corale, umoristico o tragico, senza mai restare intrappolato. Il genere di questo romanzo (grazie Camilleri) ha la forma dell’acqua e Stefano ha saputo dargli abbastanza contenitori da non farci stancare prima del fondo della bottiglia.

Un bell’otto e mezzo, obeso e panciuto, se lo merita tutto, senza se e senza ma.
Se non fossi molto soddisfatto del mio, potrei affermare senza troppi problemi che avrebbe dovuto vincerlo lui Masterpiece.

1.1
E qui, signori e singnore, termina la nostra recensione. Di qui in poi, i leoni.
E con leoni intendo Spoilers.

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Io vi ho avvisato.

A seguire, verranno trattati argomenti neutri e difetti del romanzo. Ciò che ho detto in precedenza non viene cancellato, ma qualora proprio la cosa vi interessasse, pesatelo per bene.
Cominciamo con l’atmosfera generale. La Genova di FN, per quanto si avvicini al reale, lo sfiora solamente. Genova è compenetrata nell’azione, ma non come un’ambientazione. Genova è un personaggio e come tutti i personaggi di questo romanzo è il parto cesareo di una prepotente americanata.

1.2
I personaggi sono delineati attraverso alcune basilari regole di condotta. I belli sono sempre megalomani. Scialbi, imbecilli, deresponsabilizzati od esaltati da stendardi che nessuno gli ha chiesto di portare. Abbiamo il capoimbecille, Alessandro, che crede di cedere alla propria vanità solo nel frammento finale della storia (il terribile lato oscuro, lo definisce. L’imbecille), un superpotere che aumenterà le sue possibilità di vittoria. In realtà il Ficara filius è stato per l’intero romanzo un vuoto e vanesio egomane, pronto ad usare qualsiasi cosa per rifulgere maggiormente (anche gli atti di «benevolenza» verso altri, si rivelano nulla più che il posizionamento di uno specchio, per far rifrangere qualche raggio in più); Eleonora Salvago-Adorno, poi, non ne parliamo. E’ bella in maniera selvaggia, ricca senza comprensione e stupida come non se ne può veramente sopportare oltre. Potrei allungare la lista verso altri personaggi, ma avete capito l’antifona.
Chiunque sembra dargliela vinta a questi meravigliosi mongospastici, per qualsiasi cosa. Alessandro polarizza l’attenzione ovunque vada, nonostante sia un fesso esaltato che se ne vedono pochi nel mondo, Eleonora potrebbe essere sostituita in funzionalità da un cartello che recita «Tira più un pelo di figa che un carro di buoi» ed Ettore, forte anche dell’alibi di eroismo paterno, riesce a farsi perdonare qualsiasi cosa in virtù della propria immane bellezza. L’unica che si permette di lasciarlo in mezzo alla strada come un povero disperato è Alessia, che sospetto immune al fascino del nostro E. per una pura questione di monomania sentimentale verso Bobo Delucchi (se ne parlerà dopo). Eppure di persone sensate nel romanzo ce ne sono.
Rimangono tutte vittima, però, di questa animalità ascellare, questo fascino superumano da discount che grazie a dio il mondo ha visto così poco.
Per tornare alle persone sensate, si fa ricorso alla scorciatoia un po’ facile dove gli intellettuali sono tutti un po’ esseri umani di ripiego, non si pestano sul ring e quindi non meritano stima. Difatti il regista Minoretti appare per poco, ma è un cinquantenne sovrappeso che si autodefinisce antipatico, Gianluigi è talmente fiero di essere un cagasotto da farne una bandiera e non parliamo dei giornalisti del Caffaro (aka il Secolo XIX), due mezz’uomini con la lingua ipertrofica e consumata dal troppo allenamento su culi influenti.
Quella di FN è un’umanità di merda.
Non se ne salva uno, per dio, uno.
Se fossero nel mondo reale, le loro sorti varierebbero molto rispetto al finale.

1.3
In linea di massima, la dualità tra Ettore ed Alessandro è molto ben congegnata.
Le redini della caratterizzazione seguono cinque sei punti di base che vengono alternati in modo coerente.
La morte del padre di Ettore concede al figlio un alibi vitalizio nel quale non avrà mai bisogno di crescere. Al contrario, la rivoltellata di Ficara senior lascerà sul ricco pargolo uno stigma che lo perseguiterà nonostante tutto e che lo costringerà alla redenzione.
La madre di Alessandro è una figura positiva e affettuosa, che lo affianca come può nonostante il momento di difficoltà (F. senior, sparandosi, ha lasciato la famiglia con le pezze sul posteriore), quella di Ettore si riduce a pubblica moglie, concedendosi a pioggia sulla popolazione maschile di Genova, primo fra tutti Flavio Sinatra.
Le arti marziali per Ettore sono un fine, mentre per Alessandro un mezzo.
Alessandro circondato da amici, Ettore solo e tradito.
A. di sinistra, E. di destra, entrambi intermittentemente consci del fatto che ciò non voglia dire un beneamato nulla.
A. fedele in modo quasi strano, E. onniscopante.
Al contrario entrambi sono belli, a loro modo benvoluti, poli d’attrazione di una gioventù molto più sensibile ad un bicipite, che alle belle parole.
C’è una sostanziale differenza, però, che li divide, rovinando così la mirabile simmetria ottenuta dalla narrazione, improntata allo scontro di due prodotti della stessa pasta, ma trattati diversamente.
Alessandro, si vede chiaramente, è un condottiero, un capo. Lo sottolinea anche il padre di Gianluigi ad un certo punto. Ovunque vada si trova da sé sulla cima della catena alimentare e ci si trova molto bene. Ettore, al contrario è il classico soldato di propaganda.
E’ fiero, forte, valoroso ed incapace di un pensiero ipotattico. L’unica cosa che riesce a fare è acquisire ogni volta nuove bandiere sotto cui coprirsi, prima il padre, poi il Genoa e Flavio Sinatra. In assenza di stampelle motivazionali, infatti, crolla senza ritegno.

Alcuni guidano ed altri seguono e così è con i personaggi del nostro libro. A parità di giro, se Alessandro fosse stato il figlio dell’eroe ed Ettore quello del faccendiere, tutto si sarebbe concluso in modo veloce con l’assoluta vittoria di Alessandro, che avrebbe egregiamente gestito le mille tensioni delegandole a qualcuno della sua folta co(o)rte di fascistelli sbavanti.

Ciò che lascia perplessi è la totale assenza di attrito alla spinta dei due personaggi principali. Ogni cosa è fatta con, per e per mezzo loro, nessuno si oppone, nessuno li manda a cagare come si deve (Bobo non se ne va e basta, ma medita vendetta; Gianluigi torna, molto meno freddo di quanto possa pensare, appena Alessandro fa partire una spruzzata di ferormone).

1.4
La voce è un punto lodevole del libro. Ogni cambio di personaggio varia il punto di vista con una certa agilità e questo necessita un plauso. Inoltre, la trovata di raccontare tutto al passato, per poi piazzare la vera Fight Night in un brusco presente, migliora l’nticipazione che il lettore ha per l’evento. L’effetto però è un po’ rovinato da alcuni inserti al presente nella prima parte, non troppo efficaci.
D’altro canto, ogni personaggio si rivela quasi sempre una marionetta fatta coi calzini. Certo, Stefano gli fa fare la vocina adatta, sceglie bene le parole, ma è sempre il fiato di Trucco che passa per la trachea del pupazzo. Ciò si traduce in personaggi negativi ridicolmente negativi e personaggi neutri (più in su dei quali, a moralità, non possiamo andare) eccessivamente ben motivati. Quando un personaggio è negativo, ci si mette due minuti a trasformarlo in una macchietta, perché l’autore non ci si sforza nemmeno a renderlo meno la miseranda merda che è. Cosa che al contrario fa con numerosi altri soggetti. Primi tra tutti i Dioscuri della casa.
La polemicità di Stefano poi schizza fuori come quando inforchiamo un limone, ogni volta che ci imbattiamo in una delle varie parentesi.
Vi assicuro, conoscendolo un po’ vi verrebbe automatico pronunciarle col suo caratteristico timbro vocale.
Il Bene ed il Male, per quanto si voglia mantenerlo sfumato, tra l’altro, traspaiono in maniera quasi imbarazzante. Il preferito della casa è Alessandro, con la corte, la ragazza figa ed il blandamente presagito futuro da dittatore. Ettore, che dovrebbe fungere da maligno contrappeso che si redime in un’ultima battaglia cosmica, è sostanzialmente un povero stronzo, una vita bruciata.
La simmetria che regge il romanzo e valorizza lo scontro finale ne va a soffrire moltissimo.
E’ come quando a catechismo mi venivano a dire che Dio combatte col Diavolo, ma che il Diavolo non può vincere. Lo svolgersi del contendere si fa improvvisamente meno interessante, non trovate?
Un’altra spia potrebbe essere il  peso dato ai rispettivi comprimari, guardate dal lato della sposa: Alessandro ha Gianluigi, un personaggio che quasi finisce per fargli da contrappunto , Vanessa, Eleonora più diversi altri manichini che gli si affollano attorno. Tra le forze di Ettore c’è Carolina, una mitomanea pseudociellina che lo vuole salvare, Flavio (che veramente, lasciamo stare), Roberto “Bobo” Delucchi (una versione scialba e depotenziata di Ettore, un satellite perfetto ed adorante, la cui crisi esplode nel momento in cui si palesa il rapporto di sfruttamento tra i due) ed un organismo pluricefalo di fascistelli da stadio che servono solo per dare qualcuno su cui sbattere per la rissa di fine libro.

1.5
Il finale capisco sia stata una scelta pop, voler mettere l’happy ending, con gli uccellini che cantano in misure diverse un po’ per tutti.
Dopo 400 pagine di cinismo e inganni… gli uccellini. Vabè.
Ciò che mi urta però, è che la manzoniana provvidenza, qui, agisce veramente al millimetro. Ettore, che è stronzo, ma poverino non è colpa sua, una bella esperienza extracorporea e la sconfitta simbolica nell’incontro (che è finito PARI *wink wink*); Alessandro che è bello biondo e bravo (benché un cazzo pieno d’acqua), vittoria morale, futuro di ripetuti coiti high-fantasy con madmoiselle Salvago-Adorno e possibilità di un riciclo in politica; Gianluigi, che è intelligente, va a fare il regista col navigato Minoretti che trova una nuova speranza per sé stesso e per il cinema del paese. Ma potrebbe andarsene Gian senza la sua fida Vanessa? E non sia mai Iddio, tanto lei ha la Dea. L’astio.
E così altri, tipo Angelo, che è stalker solo perché babbeo, ci si limita a massacrarlo di botte, che così almeno impara e fa il bravo; Flavio Sinatra muore (come abbia fatto a sopravvivere fino a quel punto, non si sa) e Adeste Fideles Carolina riesce alla fine ad accalappiare Ettore, che sembra assecondare i suoi progetti di coppia come si asseconda un pazzo.
Che provvidenza! Deh!
Dopo 400 pagine mi sarei aspettato di meglio.

1.6
La terza parte della storia (The Fight), ha finito per risultarmi un po’ indigesta. Ebbene si, per trecento pagine ho saltellato per la storia felice e contento (e dire che era la seconda volta che lo leggevo), ma su The Fight ho avuto un momento di guado nella melassa.
La scena narra con uno stile spiccatamente da manga (per i meno attenti, lo fa notare anche Gianluigi), l’ultimo epico scontro tra i Dioscuri.
Quando dico da manga, intendo letteralmente.
Sei cazzotti. Reazione di comprimario. Sei cazzotti. Reazione dei comprimari. Sei cazzotti, scorcio fuori e così via.
Va ammesso che tutto è scritto molto bene, nulla da ridire, ma per fare Suskind, che per un libro intero ti parla di profumeria (un altro argomento di cui può importare meno di zero) ci vuole una competenza che Stefano ancora non ha raggiunto.
Gli intermezzi alle botte alleggeriscono il tutto e fungono da sagace contrappunto, ma è quando si arriva stremati verso la fine, che arriva il colpo di grazia: la sigla di Big Bang Theory nell’esperienza extracorporea di Alessandro ed il trip di mistico perdono per Ettore. Non tanto la seconda (l’immagine di aldilà non è male), quanto la prima, suscita un po’ di sconforto in un poveretto che si è gia sorbito un’ottantina di pagine di cretini invasati che si prendono a cartoni in faccia. Per fortuna la storia dell’Universo, Stefano l’ha aggiustata, se no sarebbe stato peggio.
A favore del tutto (extradilatato, da appena 10 minuti), pare che il combattimento sia reso in maniera molto realistica e dal basso della mia inesperienza non me la sento di poter smentire.

1.7
Le relazioni umane sono gestite come un racconto di terza mano. Non tanto quelle usa e getta di Ettore (a malapena menzionate), quanto l’unione tra Alessandro ed Eleonora, che non esula per nulla da un calore felino perpetuo. Capisco che la nobildonna sia un notevole esemplare, ma Ficara vi ha un rapporto abbastanza morboso, se si considera che parliamo di un egomaniaco allucinante. Quella tra Gianluigi e Vanessa poi spunta fuori come un fungo e come tale sopravvive. Ne viene detto abbastanza poco da non creare errori.
La visione del sesso è semplicistica e maniacale per qualsiasi personaggio, tanto da ricordare quella che può averne un ragazzino con gli ormoni in subbuglio, che di sesso non ne ha mai visto fuori dallo streaming internet.

1.8
Il romanzo è infarcito di una miriade di citazioni, esplicitate o meno.
C’è da aspettarselo, Stefano ha una cultura enorme e pulsante, quasi un organismo a sé e anche parlando di mazzate, non ce la fa a tenerla a bada. Anzi.
L’intero testo è intessuto di riferimenti ben incastonati, che vanno dalle cacciate cinefile di Gianluigi, a citazioni di videogames (Vega di Street Fighter messo con disinvoltura in bocca a Bobo), opere liriche di Verdi, accanto all’onnipresente musica di Rocky, standard medio per ogni incontro scrauso. Chissà quante ne ho perse per strada e quante ancora ne ho dimenticate, fatto sta che Trucco ha preso un peso (un’immensa cultura) e lo ha saputo plasmare bene all’occorrenza. Gli infiniti fattarielli ed aneddoti non s’impongono ed anzi risultano interessanti. Nel mio piccolo mondo mentale di arcobaleni ed unicorni, qualcuno se l’è andate anche a cercare ed ha scoperto qualcosa di nuovo.
Uno che insegna qualcosa (per quanto insignificante essa sia) con una tale disinvoltura, merita solo approvazione e rispetto, specie considerando che l’altro a cui l’ho visto fare (benché con un’altro livello di maestria) sia Stefano Benni.

2
La conclusione: Fight Night è ciò che otterremmo se facessimo dirigere Transformers al Redford dell’impegno sociale. E’ Sorrentino con un soggetto da B-movie.
Un’americanata allucinante, fatta di eroi belli e stupidi che sconfiggono un Male non meglio identificato con gigantesche dosi di stupidità e coraggio, dove i cattivi veri li riconosci perché sono dei cessi. Nonostante ciò, un’americanata voluta e ben congegnata in ogni sua fibra muscolare, arricchita di una cultura non imposta, ma porta con sarcastica cortesia, gradini che uno può decidere di salire o saltare a pié pari.
Letterariamente, Fight Night è il prototipo di ciò che dovrebbe essere un libro veramente pop: fruibile, ben congegnato, limato e pensato, ma non per questo vuoto, un vino che si può tracannare per il gusto dell’ebrezza o sorseggiare attentamente per carpirne i mille sapori e riferimenti.
A ben pensarci, il libro più o meno costa anche come una buona bottiglia di vino.
E come si dice dalle mie parti, cari ragazzi, ubriacatevi di vino buono.

Recensoriamente vostro,
Lorenzo Vargas