Cortometraggio – La Prova (Feat. Andrea Baglio)

Sto guardando l’unica mandata in onda di Masterpiece.
E’ l’anno passato. Non ricordo nemmeno più la puntata.
Sono alla seconda birra ed al terzo bicchiere di Varnelli (“Eh, su, dai guarda quanto poco ne è rimasto, che fai, lo lasci là?” “A me il Varnelli manco piace…”) e mi arriva un messaggio sul cellulare.
E’ Andrea Baglio.

Molti di voi lo conoscono, principalmente perché è attraverso lui che è possibile siate arrivati qui. Altri possono colmare il loro gap di conoscenze guardando QUESTO, o seguendo la sua pagina Facebook.
In breve, è uno youtuber. Anche bravo. Ha vinto pure un premio ai Rome Web Awards nel 2014. Cerca pure di inserire nei suoi video argomenti seri, mi dice a telefono. Cerca di imprimere una regia da “professionista”, invece di giustificare un lavoro sciatto dicendo che “tanto son solo video sul Tubo”.
Una persona seria, avrei dovuto pensare. Purtroppo, a telefono, non lo sto minimamente ascoltando.
Il mio cervello è esploso durante i primi dieci secondi di conversazione, quando il suddetto Mr. Baglio mi chiede: “Ti andrebbe di collaborare?”.

Baglio non lo sa, ma gli avevo detto già si prima che iniziasse a sciorinare le sue credenziali. Glie l’ho dovuto ripetere di nuovo alla fine. Sembrava un po’ quella scena di Troisi dove chiede di uscire ad una ragazza. Sto divagado.
Le condizioni sono abbastanza semplici: io gli scrivo una sceneggiatura e lui mi gira un bel cortometraggio, che potrebbe addirittura arrivare in gara al Giffoni Film Festival nella neonata sezione per adulti. Siccome è un professionista serio, mi dice anche che vorrebbe fossi presente alle riprese, per dare il mio apporto all’intera iniziativa. Il cervello mi esplode una seconda volta, chissà quante informazioni avrò perso.

Il succo della questione è che così, di punto in bianco, mi trovo a scrivere la prima sceneggiatura della mia vita. Non troppo lungo, abbastanza poco fantasy da non richiedere effetti speciali ed in più, con un tema diametralmente opposto a quello intorno a cui ruota l’attuale dibattito sociale.
Una settimana prima del Salone del Libro, quindi, parto in treno per Milano, per imbarcarmi in un’impresa (per mia gioia)  suicida.
La produzione è totalmente NO cost, gli interni sono divisi tra persone che devono un favore a Baglio e la casa di uno degli attori, Andrea Villaraggia, che mosso a pietà ci ha ospitato, approfittando dell’assenza dei suoi. Anima pia.
Vi dico solo che la notte del nostro arrivo, siamo stati sabotati dal GPS dell’auto del co-regista Andrea Aglieri. Invece della Via X, numero 25, nella città Y, siamo finiti ad Arluno, ridente cittadina della bassa padana, fiera possidente di un’omonima Via X, che si fermava timidamente al civico 12. Immaginate ora Andrea Baglio a mezzanotte e tre quarti, seduto sul finestrino dell’auto in corsa a gridare a squarciagola il nome del povero Villaraggia, che non avrebbe mai risposto.
Immaginate, durante le riprese, una delle batterie delle telecamere che prende misteriosamente fuoco in una pirotecnica esplosione, rischiando di incendiare la casa del povero Villaraggia.
Figuratevi la povera truccatrice, Giada, da me costretta a ridurre Baglio ad uno zombie per simulare il prepotente stress del protagonista.
Per non parlare di una delle nostre attrici protagoniste, che all’una e tre quarti del primo giorno (si, proprio quello di Arluno) ci telefona serafica, confessando di essere incinta ed impossibilitata a viaggiare dall’altra parte d’Italia. Costei era anche il nostro contatto per il Giffoni. Chiglièmmuort. Il tutto seguito da un frenetico spaginare di tablet per riempire i buchi di casting.

Come avete potuto intuire, l’abbiamo fatto per la gloria.

Che dire, in due settimane, ho potuto gustare l’amaro sapore della vita sul set, che consiglio in questa formula a chiunque cercasse vita facile nel mondo del cinema. Non ho mai dormito così poco. Con un bieco trucco che mi rifiuto di riportare, mi hanno addirittura spinto a fare un cameo nei panni dell’agente di polizia della scena in commissariato. Il povero Anthony, che recitava con me quella parte, potrebbe aver perso un polmone a forza di fumare a beneficio della telecamera.

Ciò che ne è venuto fuori, però, è un prodotto di una professionalità (non me ne volere, André), che non mi sarei mai aspettato dall’Armata Brancaleone che ci eravamo rivelati essere.
Rispetto al racconto da cui è tratto, avrete modo di leggere, la resa è stata decisamente più tragica ed il montaggio ha aiutato a dare quel senso di panico che il nostro misero Giorgio Parti deve aver provato, nel vedere la sua vita ridotta in brandelli.

Il corto, inoltre, riesce a prendere a schiaffi talmente tanti argomenti, che mi meraviglio dell’assenza di qualche rompicoglioni che tenti di moralizzarci.
Tanto per cominciare abbiamo i doppi standard, che regnano sovrani nella civiltà di correttezza simulata visibile negli 11 minuti di corto. Per quanto mi piacerebbe affermare il contrario, si faranno sempre due pesi e due misure tra uomo e donna. Forse è semplicemente troppo presto per aspettarsi il contrario. Dagli uomini, non mentiamoci addosso, ci si aspetta ancora che scopino qualsiasi cosa sia a vista, come una colf filippina da cinepanettone. Difatti, quando Giorgio rifiuta le avancès di Olivia Letti, il resto del mondo, a cui si rivolge per aiuto, non ce l’ha con lui. Non c’è nulla di male ad essere gay, continuano a ripetergli, ma nessuno si ferma a pensare che forse, anche la figura maschile possa necessitare dello sdoganamento per cui le donne ora combattono con veemenza.
Secondo tema, un po’ meglio nascosto: il razzismo/sessismo al contrario: che il Nostro sia gay va bene (un fatto, che appena qualche anno fa sarebbe stato inaccettabile), ma rimane incomprensibile e sviluppa avversione il comportamento di Parti. Lo sconvolgimento degli astanti non sorge per altro che questo: Giorgio è stato corretto, ha rispettato ciò che la società gli ha indicato come un comportamento da tenere. Questa è la società dove bisogna essere fedeli nelle proprie relazioni, la famiglia è fondamentale e sacra, ma se da uomo non fai un po’ il fringuellone, qualcosa che non va c’è. Interi set di valori si sovrappongono e si scontrano tra di loro, facendo del nostro modus pensandi un confuso frullato di difficile digestione. Forse è per questo che la vita sembra tanto difficile.
Infine, l’assurdo. Forse pochi di voi sanno che il servizio di cui ha usufruito Margherita (quello di assoldare una donna che metta alla prova il proprio partner) esiste davvero negli Stati Uniti ed andava discretamente forte negli anni zero di questo nuovo, sciagurato millennio. Guardarsi attorno vuol dire avere la sfortuna di notare tutta una serie di dimostrazioni di pura follia, che qui abbiamo voluto esagerare.
Giorgio, infatti, non pensa nemmeno per un secondo che il problema sia lui.
Il problema sono Margherita ed i suoi compari, folli e scriteriati che non possono essere lasciati a piede libero. Parti crede che ci sia un’umanità dalla sua, attonita di fronte alla psicosi, ma in realtà non c’è nessuno. Alla fine, Giorgio Parti, pur di allontanarsi da Margherita si fa “salvare” dal mondo in manicomio, che abbiamo fatto intravedere accuratamente vuoto. Perché?
Perché per quanto Giorgio sia corretto e serio, rimane inadatto. Il sistema, in fondo, ha regole semplici, lineari, che si sarebbe potuto limitare a seguire per continuare a vivere in modo tranquillo e rispettabile: un sistema incarnato dal personaggio di Panzetti (il tamarro in ufficio all’inizio, interpretato dal povero Villaraggia, che s’è fatto una settimana intera col fondotinta carota addosso), che non a caso, nel delirio di Parti, ne diverrà coscienza ed angelo custode.

E che c’entra #stopomofobia vicino al titolo del video?
Si, si parla di Gay, è vero, ma dov’è l’omofobia?
La faccenda è che l’omofobia è la declinazione di un problema precedente. Un omofobo è prima di tutto un soggetto che non riesce a concepire qualcosa di diverso da sé e da ciò che conosce. In fondo, ogni singola detrazione a riguardo può essere al giorno d’oggi contrastata con un po’ di buonsenso e due cucchiaini di scienza medica. Gli omofobi non ce l’hanno coi gay. Non sul serio almeno.
Ce l’hanno col fatto che il posticino comodo che occupa il loro ordine mentale, venga scosso da qualcosa di nuovo a cui doversi adattare.
L’omofobia non sarà risolta spiegando razionalmente che i gay non sono l’anticristo. E’ una perdita di tempo e anche funzionasse, i gay verrebbero sostituiti con qualcos’altro.
E’ la diffidenza dal diverso-da-sé, che va combattuta ed è di questo che parla La Prova: di quanto ancora il mondo non sia pronto ad accogliere ciò che non capisce.

Spero, nel mio piccolo, di aver aggiunto una chiave di comprensione.
Spero anche di aver scritto una bella storia e di aver contribuito a creare qualcosa di appassionante.

Spero in un sacco di cose, ma poi, alla fine, cosa ne pensate, dovete dirmelo voi.
E spero lo facciate.

Inoltre, ci leggiamo questa domenica col racconto che ha dato vita a quest’opera, illustrato per l’occasione, da un’ospite più che gradito.

Se tu che leggi, inoltre, fossi un regista e volessi contattarmi per una collaborazione… hey. Chi sono io per dire di no?

Ringrazio tutti coloro che hanno affrontato quest’ordalia insieme a me, che non riporto, perché potete tranquillamente trovarli nei titoli di coda del corto. Li trovate anche su Facebook. Seguiteli, son fighi.

Cinematograficamente vostro,
-Lorenzo-Vargas-