Due tipi di solitudine – Uno sproloquio su Anubi e Malloy di Taddei/Angelini

È un po’ che non scrivo, lo so. Abbiate pazienza, la tesi e tutto.

Per questo post, però, mi prendo un’oretta per raccontarvi di Anubi e Malloy, gabelliere spaziale. Cioè, in realtà il post sarebbe una specie di recensione per Malloy, ma in effetti su Anubi non ho scritto nulla e mi sembra giusto rimediare.

L’anno scorso, salvo lettori anacoreti, avrete sentito parlare del duo samba Taddei-Angelini, che a partire da Storie brevi e senza pietà (un’antologia per cui la Bel-amì ha praticamente aperto una collana apposta) hanno velocemente scalato le vette del fumetto indie italiano, vincendo un po’ tutto il vincibile. Quello con cui sono davvero riusciti nell’impresa è stato Anubi, una storia dalle premesse nemmeno troppo originali (la vita di un dio, dopo che il suo culto è morto), che racconta dell’omonimo sciacallo divino della mitologia egizia.
Anubi abita in una città triste e provinciale, morta in tutto. Ha smesso di farsi di eroina, ma senza troppa dedizione; ha avuto la sua fase punk e tutte quelle cose che potete leggere nella biografia di qualcuno che ha vissuto sul serio lo zoo di Berlino. Viene allontanato, a volte pestato, perché è diverso, perché è straniero, perché la gente del paesucolo non riesce a capirlo. È discriminato perché non ha un lavoro; perché beve al bar; perché non crede in Dio (sarebbe un favore fatto alla concorrenza); perché si scopa le minorenni, anche se non è vero.
È, insomma, il paradigma dell’emarginazione. Al contempo è l’individuo più vicino di questa storia alla libertà.
Non vorrei spoilerare tutto, ma forse, più che un emarginato, Anubi è uno che cammina sull’orlo di un sistema sterile ed autoassorbito. L’emarginazione è il momento di brivido in cui l’escluso vacilla sul bordo, prima di cadere di sotto, libero per sempre.
Incredibile che non stia parlando di suicidio, vero?
Arriva il terrificante momento del secondo album ed il duo samba ripesca da un vecchio numero di B-Comics una storia su un esattore delle tasse intergalattico. Il Malloy di B-Comics è seminale ed introduce perfettamente il nostro eroe. Rispetto Anubi viene percorsa la direzione assolutamente opposta. Malloy è superintegrato, un vincente assoluto, spregiudicato, senza scrupoli, coraggioso e dal grilletto facile. L’Universo si è ridotto ad un vecchio west contabile, l’Impero è in mano al grigio imperatore ed il suo terminale per il bilancio. L’erario ha mezzi e modi dei Navy Seals e Malloy non ne può essere che felice.
Mentre Anubi scivola via dal sistema, gocciola sul bordo e si lascia scomparire per trovare la propria redenzione, Malloy è lo zelota di un dissennato impero iperliberista, dove gli esseri umani non hanno più nemmeno valore formale. Parla per esclamazioni che incrociano quelle del Batman di Adam West, a John Wayne ad una vecchia abruzzese. È valoroso e pacchiano e proprio per questo l’ingranaggio perfetto dell’orologio di cui fa parte.

Anche inconsapevole.

Il volume comincia da molto prima della Vita, quando due misteriose entità, il Duca ed il Conte, creano l’Universo. Ci vengono già dati dalle prime pagine i due cardini intorno cui è costruito il personaggio del protagonista: il lavoro ed il denaro. In seguito, il nostro eroe del Paravatz (il governo intergalattico), si troverà invischiato in una serie di doppiogiochi che portano alla destituzione dell’Imperatore e ad un golpe di una vecchia fiamma del gabelliere: Monroe. In Monroe troviamo uno specchio di Malloy: anche lei efficente, coraggiosa, instancabile, ma guidata unicamente dalla fame. La fame di essere la migliore a costo di trasformarsi in un cyborg. Malloy, invece, è salvato proprio dalla carcassa su cui poggiava l’intera impalcatura di Anubi: la Fede.
Anche dopo la caduta dell’impero, il Nostro riesce ad esserne braccio funzionale, perfettamente integrato e per questo schiavo. A differenza di Anubi, Malloy non troverà redenzione, magari tornerà dalla sua famiglia di orrendi ibridi formica/umano, magari morirà nel tentativo di salvare un Paravatz che non sa essere in pericolo.

Ed è proprio a questo punto che Anubi e Malloy cominciano a sembrare l’uno la logica conseguenza dell’altro: Anubi, il Dio dei defunti di un culto trapassato, che trova la libertà dal mondo abbandonando tutto dietro di sé; dall’altra parte Malloy, poster-boy dell’impero, talmente integrato da continuare ad agire per esso anche una volta che l’impero è crollato.

Fosse per me vi direi di leggerli insieme. Prima l’uno e poi l’altro ed infine decidere da che parte stare.
Ma fate attenzione, perché ogni autore ha degli elementi ricorrenti e nel caso di Taddei, il refrain preferito è la spalla.
Per Anubi c’è Horus, il Dio del Sole finito impasticcato; nel caso di Malloy c’è suo fratello, un subumano arreso, costretto a vivere con una robot consorte in una casa senza mobili. Le spalle di Taddei sono quelli che non ce l’hanno fatta. Quelli che non sono riusciti a precipitare dal bordo del sistema o a trovare un posto su misura al centro di esso.

Fate attenzione quando leggete Malloy e Anubi, perché potreste accorgervi che le spalle che non ce l’hanno fatta, siete voi.

Precontrattualmente vostro,

Lorenzo Vargas