Recensione – Space Pirate Captain Harlock (2013)

Molto tempo è passato dall’ultima uscita domenicale, causa impegni e contrattempi, da Masterpiece alla sessione di esami e mille altre cose.
Avrei voluto farmi risentire, nel giorno del riposo, con un bel racconto, ma purtroppo, al momento, i tempi non lo hanno permesso.
Specialmente perché riguardo i racconti ho in mente un certo progetto.
Ma se ne parlerà in seguito, al momento tutto è ancora un’incognita.

Oggi parlo invece di Captain Harlock, film in computer grafica della Tohei Animation, reboot dell’omonima serie animata degli anni ’70, partorita da Leiji Matsumoto.

Fun-fact: il protagonista del film NON è Capitan Harlock.

Come al solito, mettetevi la maglietta di lana per proteggervi dagli Spoiler.

Premetto in tutto questo, come è lecito, che io la serie originale ancora non l’ho vista e forse tutto ciò è un bene, perchè per una volta, uno di questi film sarà recensito per quello che è e non per la lunga coda che si trascina appresso. Per recensioni maggiormente consce dell’anamnesi della pellicola vi invito ad andare altrove.
Iniziamo.
La trama non è esageratamente complessa.
Dopo un lungo periodo di espansione attraverso l’Universo, l’umanità ha al fine compreso che non c’è una vera speranza di vita sugli altri pianeti e decide di tornare sulla Terra. La massiccia sovrappopolazione, però, non permetterebbe il reinsediamento di tutti i coloni. Da bravi esseri umani, quindi, si inizia una guerra (guerra di ComeHome) per chi dovrà tornare sulla Terra Madre e chi no. Una guerra su vasta scala nello spazio, però, non è mai molto per la quale ed alla fine le varie forze in gioco decidono di porre un veto assoluto sul pianeta.
Una confederazione organizzata dai vari membri del conflitto (Gaia Sanction), dichiara la Terra santuario inviolabile, un faro di speranza per i coloni.
Benché inagibile.
In tutto questo, però, l’umanità sta lentamente morendo e c’è poco da costruire santuari inviolabili. Al che supplisce il pirata spaziale Capitan Harlock, un tetro figuro, immortale ed a capo di una minacciosa nave, nota come Arcadia (che ricorda straordinariamente, nelle modalità, l’Olandese Volante) fa razzie per il cosmo e rompe, in maniera piuttosto uniforme, le palle alla suddetta Gaia Sanction.
Per risolvere il tutto, la GS decide di mandare un infiltrato (tale Yama) a spiare il capitano e carpirne i segreti, magari in vista di una bella esecuzione capitale in universovisione.
Il resto ve lo andate a vedere al cinema o, in alternativa, su Wikipedia.
Graficamente, questo film è un opera maestosa, di quelle dove i capelli sono fatti ad uno ad uno, dove le inquadrature da vicino rivelano le rughe sotto gli occhi.
E’ una tempesta di computergrafica straordinariamente avanzata.

Ma.

Tanto per cominciare, essendoci pochi studi capaci di permettersi questi livelli di prodotto, Captain Harlock finisce per ricordare in maniera opprimente i filmati in grafica reale di Final Fantasy.
Harlock stesso ha una somiglianza abbaccinante con Vincent Valentine di FFVII, da cui è diviso solo da una puntata di Extreme Makeover.

Prima e dopo Enzo Miccio. La cicatrice è stata un incidente, però cioè, pure tu, Vincent, i leggins neri alla tua età.

Controllando, sulla rete, pare che molte delle ambientazioni e dei character design siano largamente ispirati al materiale rilasciato fino ad ora dalla Square-Enix riguardo al 15esimo capitolo della saga e di stupirmi non troppo me la sento.
Inoltre, non vorrei avanzare ipotesi azzardate, ma l’aliena vagamente elfica che pilota il motore della nave, un personaggio presente anche nella serie originale (benchè con altre funzioni), credo sia stata riprodotta utilizzando il design dei cattivi della suddetta serie originale.
Correggetemi se sbaglio.
Del lato grafico non vorrei parlare di più, perché si è dimostrato il distillato di epicità che tutti ci aspettavamo. In fondo era bastato Final Fantasy VII: Advent Children a dimostrare che questa gente, i film in CG li sa fare.

Mi limiterò a spendere un’ultima parola sulla gargantuesca ed ineffabile figata che è la nave del Capitano: l’Arcadia.

Qualcuno ha ordinato una pizza awesomeness, morte, distruzione e metafore falliche?

Prendete uno di quei classici oggetti che, altrove nell’universo, sottoposti alle mere leggi della fisica, si sbriciolerebbero come cookies. Attaccatevi una caterva di cannoni, dipingete il tutto di nero e mettete a poppa di tutto ciò un teschio bianco,  la cui unica funzione è aumentare l’esaltazione pseudoerotica durante le scene di speronamento spaziale.
Ffffffatto?
Ora equipaggiate con comodi anabbaglianti (indispensabili nello spazio profondo) rossi le orbite del teschio ornamentale ed avrete di fronte a voi l’Arcadia.
In un universo dove le astronavi si faxano, l’Arcadia apre portali nel fumo nero e spesso dei sigari di mio nonno.
L’Arcadia si rigenera da sé.
L’Arcadia distrugge (solo nel film) una dozzina di navi nemiche A TESTATE.
Null’altro da dire.
E’ superfluo.
FINE.

Veniamo invece al punto più doloroso di questo film, che altrimenti avrei rivisto altre centoventicinque volte: la gestione della trama.
Io non ho nulla contro le trame semplici.
Potete leggere QUI’ la recensione de L’Uomo coi Pugni di Ferro, che nonostante una trama sottile come il cellophane mi ha fatto morire sulla poltrona del cinema.
Il problema è che quando uno ha una trama di sei elementi e quattro personaggi effettivamente caratterizzati, non può permettersi di legarsi mani e piedi con essi. Quando la tua trama è talmente debole che di solito uno svolgimento del genere è UNA PARTE di un film normale (piuttosto breve aggiungerei) non puoi permetterti involute cazzate che servono per fare figo e finiscono invece per farti sembrare il conte Mascetti di Amici Miei (grazie Lokee per immagini del genere).
Questa trama mi ha provocato dolore fisico.
Ci sono andato all’ospedale e mi ci hanno dato i punti.
Nove, per la precisione. Questi:
La questione Dark Matter: la definizione di questa sostanza, talmente potente da alimentare un motore a moto perpetuo, rimane piuttosto vaga per tutto il film e segue più o meno le stesse regole con le quali invecchia il Dottore di Doctor Who.
A riguardo, rimando al Manifesto del Dadaismo, di Tristan Tzara, 1918.
La Dark Matter è una sostanza talmente fottisega delle leggi della fisica e chimica, che da sola, nonostante sia solo un carburante, si occupa anche delle autonome riparazioni della Arcadia. Non contenta, sta Dark Matter, totalmente compenetrata nel corpo del Capitan Harlock, gli dona l’immortalità, parziale invulnerabilità (per quanto non gli vieti di essere l’unico a sanguinare nell’intero film) e soprattutto una saltuaria aura azzurrina e minacciosa quando sgasa col motore dell’astronave. Smette di essere però funzionale appena si tratterebbe di far ricrescere l’occhio al Capitano, o anche solo curargli lo sfregio che ha in faccia. Gli blocca il ricambio cellulare, mantenendolo fermo circa ai suoi ventotto anni, ma al contempo gli fa crescere i capelli.
La barba no, che siamo in Giappone.
Inoltre sempre questa cara DM pare essere tanto devastante, che far schiantare quattro navi così alimentate sulla Terra, basti per farla diventare il prodotto del Fourth Impact di Evangelion (che ci sia una connessione?). Contemporaneamente Yama, il nostro protagonista trotterella allegro:
A-in un pianeta su cui c’è un assoluto divieto di transito (one DOES simply walk into Mordor);
B-in un pianeta totalmente funestato dalla Dark Matter;
E ne ritorna fresco come una rosellina, mussolinianamente incurante, con un fiore candido come la neve. Questo ci conduce a…
La questione dei Fiori: io lo so che qui mi sto mettendo a fare l’ateo-razionalista di ‘sta ceppa, ma questo va detto. Hai devastato un pianeta con l’esplosione di sole 4 navi ammiraglie.
E te la passo.
Hai ucciso ogni singola forma di vita con le suddette esplosioni, che è veramente improbabile, ma anche questa te la passo. Nella teoria da te impostata, adesso, mio caro autore di sceneggiatura, il pianeta Terra è una pallina da golf foderata di materia oscura, sterilizzata a dovere.
Qualcuno mi spiega allora come fa a crescere un’aiuola perfettamente curata di quelli che sembrano bucaneve, in una valle trammiata, arida, senza acqua e luce e perennemente flagellata da una tempesta di sabbia rossa?
Ma soprattutto, come cavolo faccia a beccarla proprio Yama?
Io capisco che il fiore è una metafora di speranza, lo so che in un film dove le navi si faxano da un punto all’altro del cosmo non me la devo stare lì a menare sulla biologia, ma almeno, quando proprio tutto manca, non potevate sporcarli di sabbia rossa ‘sti fiori, per salvare la faccia?
Ed aggiungerei, in un film che già grida Final Fantasy talmente forte da sfondare i timpani, ma dovevate proprio mettere un rimando ai fiori della chiesa di FFVII?
Ve ce piace proprio di soffrire.
La questione etica: ho già letto alcune recensioni in rete e tutte sono concordi nel giudicare Yama uno degli organismi eucarioti più volubili della storia tutta. In effetti basta parlargli per una decina di minuti e questo cambia idea, con conseguenze spesso disastrose per le sorti della galassia. Lo fa 4 volte e lì abbiamo tutti gli snodi narrativi del film. Quello che in pochi invece hanno fatto notare è che NON CE NE STA UNO che mantenga la stessa opinione per più di sei scene. Addirittura il Capitano, baluardo di awesomeness di indicibile potenza, dopo aver piazzato delle bombe in tutto l’universo, cambia piano al primo stronzetto che gli fa notare che reboottare la creazione forse non è una buona idea. Cosa che in effetti non è proprio strana, data la validità del primo piano, ma dopo che ne hai piazzate 99 di bombe, anche per un fatto di soddisfazione personale, il botto lo fai. L’unico che rimane sulle sue posizioni (riassumibili con: Harlock merda, viva la Terra) è il cattivo, Jin Kazama in sedia a rotelle con la faccia di Silvano Rogi.
Morale deducibile: essere coerenti è da stronzi.
La questione dell’inglese alla cazzo: inglese alla cazzo. Punto. Ma in fondo è Giappone. Sempre meglio dell’infinito supercazzolone tecnologico di Evangelion.
La questione della Nibelunga: in pratica la macchinista della nave, Niime è l’ultima della sua razza e, a detta di uno della ciurma col nome da frutto esotico, è ancora difficile comunicarci.
Ci parlano tutti.
TUTTI.
E’ addirittura più comunicativa del Capitano.
La questione dell’uccello: quale di queste già elencate non era già un po’ una questione dell’uccello, direte voi?
Eh no.
Perchè qui si parla di quel pennuto scarto dell’evoluzione, quella nerastra minchia volante, che non serve ad altro nell’intera pellicola, se non a portare una volta l’arma al Capitano e fare una figura di merda protonica, andando a sbattere in volo NEL SUO STESSO HABITAT, presumibilmente per attirare l’attenzione di Yama.
Qualcuno di voi, che magari la serie l’ha vista, mi spieghi quell’affare.
Vi offro da bere.
Salvatemi.
La questione dell’Immortalità: ok per il Capitano, che sta cromato di materia oscura ed effettivamente un po’ di complesso del dio se lo può pure far venire. Ma possibile che in quel film chiunque abbia vissuto almeno un centinaio d’anni? Seriamente, ci sono scene risalenti agli albori della Gaia Sanction, dove vengono ritratti alcuni membri del Consiglio e lo stesso Plenipotenziario e stanno tutti lì freschi come un’insalatina, cento anni prima dello scorrere degli eventi.
La regia suggerisce che facciano vita sana ed un Danacol al giorno.
Altro non mi hanno saputo dire.
La questione del controspionaggio: dovete sapere che all’inizio del film, prima che (SORPRESA) cambiasse idea, il Capitano aveva intenzione di far detonare cento bombe a vibrazione dimensionale (MAGLIO PERFORANTE! ALABARDA SPAZIALE!) in alcuni nodi dello spazio, in modo da generare una sorta di catastrofe della realtà e reboottare l’universo. In questo modo si sarebbe tornati al momento in cui gli esseri umani vivevano sulla Terra e quantomeno si sarebbe dovuto attendere qualche milione di anni prima di una nuova guerra di ComeHome.
Un piano che non fa una piega.
Un po’ come una fisarmonica.
Un’operazione del genere, però, compiuta da un’unica nave, finisce per essere diuturna. Incrociando delle informazioni, il nemico riesce a scoprire il suo piano, che si rifà a delle teorie del perduto popolo dei Nibelunghi (quelli spaziali, si intenda). E quando deciderà, la Gaia Sanction di fermare il pericoloso pirata spaziale?
Appena scoperto l’inghippo?
Attaccherà senza pietà l’equipaggio col suo bombastilione di navi, fino a sconfiggerlo?
Silentemente sposterà tutte le bombe dai nodi temporali (non è che il Capitano possa controllare) ed attenderà la detonazione che sfocerà in un nulla di fatto?
Ma no, invierà una spia praticamente a lavoro finito, per altro delle più affidabili ed ingaggerà battaglia a venti metri dal luogo di posizionamento dell’ultimo ordigno.
Geniale.
La questione dello Stato Maggiore: la Gaia Sanction non è piena di strateghi.
Nossignore.
Con tutto che sono il vertice del potere universale, tanto da potersi permettere di fare la guardia ad un intero pianeta, non sono così forniti di menti brillanti. Del resto, con una vita infinita davanti, non vedo come possa permettersi un ricambio meritocratico. Comunque.
Nel passato della storia decidono di concedere quattro navi ammiraglie di potenza indescrivibile ed irreplicabile ad un solo comandante incaricato di difendere il pianeta.
Già così è un’idea stupida, perchè nel mettere un compito di tale importanza in mano ad una sola persona si rischia fortissimo, ma quantomeno avranno scelto un soggetto valido?
MA MANCO PER IDEA!
Harlock, un promettente capitano della Gaia Fleet, tanto mentalmente stabile che alla prima cosa che lo trova contrariato, frigge con un laser dall’orbita tre shuttle pieni di autorità extraplanetarie e poi distrugge il pianeta stesso con le quattro navi invincibili di cui sopra.
Bilancio della loro arguta decisione: un pianeta che dovrebbe essere un faro per l’umanità, totalmente distrutto, quattro navi scorrettamente potenti andate a finire dritte nel cesso senza possibilità di recupero (perchè sono finiti gli alieni che le possano guidare, così come il progettista) e tempo cinque anni si trovano a dover gestire la minaccia di un terrorista immortale, armato con una nave maledetta, probabilmente frutto della fusione delle prime quattro navi già scorrettamente potenti.
Dopo questa avranno, l’avranno imparata la lezione, i nostri drittoni della Gaia Sanction?
MA CHE!?
Sti incommensurabili geni chi decidono di ingaggiare per una delicatissima operazione sotto copertura presso la ciurma di un carismatico pirata spaziale?
Ma ovviamente un civile psicolabile, dotato dell’unica competenza di essere il fratello del capo di Stato Maggiore. Il quale lo ha scelto per una faccenda di vendetta personale. Riguardante una donna.
Questi hanno in mano l’universo, ricordiamocelo.
La questione del passaggio del testimone: la mia preferita. Alla fine del film, in una scena resa solenne dagli ultimi cinque minuti di minchiate narcotizzanti snocciolate da Yama in prima visione nell’intero universo, Capitan Harlock gli cede il posto di comando sull’Arcadia.
Ancora una volta per una ragione di assoluta meritocrazia: un centenario pirata immortale, genio di tattica e strategia e dotato di carisma a palate non può che cedere il testimone ad un fesso, mancato botanico e con problemi di coerenza, ma molto molto somigliante al Capitano stesso.
Non mi ci voglio mettere nemmeno a vagliare questa logica, ma su una cosa non posso transigere:
QUAL’E’ IL BISOGNO DI UN PASSAGGIO DI TESTIMONE SE LO STRACAZZO DI CAPITANO E’ ANCORA VIVO, VEGETO E SOPRATTUTTO, PER DIANA, IMMORTALE?

Dopo aver suturato ognuno di questi punti con un sano facepalm, però, mi sono fermato a pensare, a raccogliere dati ed a metabolizzare.
Cos’è, in fondo, Capitan Harlock, anche nella sua precedente incarnazione anime?
E’ una metafora filosofica. Un lungo e pittoresco inno all’indipendenza, ai valori romantici, ma soprattutto alla libertà.
E Space Pirate Captain Harlock assolve a questo compito con inimitabile efficienza, porta avanti la sua bandiera con forza ed efficacia, facendo anche della trama, liberamente, quel cavolo che gli pare.

Piratescamente vostro,
-Lorenzo Vargas-

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