Sugli attentati di Parigi.

Io, adesso, non vorrei commentare gli eventi di questa notte a Parigi. Lo hanno fatto tutti con esiti più o meno ovvi e non ne vedrei l’utilità.

Il fatto è che gli ostaggi sono stati sfortunati. Se ne potevano rimanere a casa a guardarsi Netflix in santa pace e invece no, sono usciti.
La casualità, non hanno potuto farci niente.

Dall’altra parte, un gruppo di terroristi, probabilmente disperati ignoranti o fanatici psicolabili (dei quali abbiamo meravigliosi esempi anche noi, non dimentichiamo), ha deciso che fosse una buona idea attaccare direttamente Parigi, di nuovo. Dopo la faccenda dell’Hebdo se la sono presa con altri centri ricreativi, come un bar di musica live ed uno Stadio. Sembra che l’ISIS ci voglia tutti musoni ed annoiati, piuttosto che prostrati.
Ma sono sicuro che il Califfato (o chi per lui, va a sapere), abbia le sue buone ragioni. Del resto, dopo l’Urlo di Cheng non bastano mica due mortaretti a terrorizzare l’Occidente ed i sedici cervelli in croce che stanno dietro quell’immane tritacarne che è l’ISIS, immagino sappiano cosa stanno facendo. Almeno loro.

Spero che a forza di spendere risorse, vite umane, stabilità internazionale, siano ancora sicuri di cosa stiano acquistando.

Ciò che mi preoccupa, personalmente, è che la guerra è strana.
Perché se sei un terrorista, la tua scelta di vita l’hai fatta e se sei una vittima, quella scelta non l’hai potuta fare.
Il cerchio delle cose si arriccia su sé stesso e chi si è visto s’è visto.
Ma in questo mondo occidentale, che comincia a fare un’abitudine del vedere Parigi bruciare, ci sono anche una marea di Musulmani. Persone che hanno abbracciato l’Islam con lo stesso spirito critico con cui alcuni di voi contemplano serafici l’immaginetta di Gesù che vostra nonna vi ha costretto a tenere sul televisore.
Gente che non c’entra nulla insomma.

La stessa gente che dopo anni di convivenza mal sopportata dagli autoctoni, si vedrà spaccata la faccia in un vicolo da un tot di bravi ragazzi bianchi e cristiani (magari gli stessi che berciavano “Duce, duce” a quell’altra farsa di comizio della Destra della settimana scorsa).
Bravi ragazzi bianchi che in realtà sono disperati ignoranti, o fanatici psicolabili a loro volta.

E’ un po’ come un club esclusivo, se ci pensate e con ognuno di questi atti di innegabile spessore (!!!) quasi si fanno un reciproco favore, giustificandosi a vicenda.

“Noi ti spariamo un centinaio di francesi così, per ridere e voi avete una giustificazione per sfogare la vostra ignoranza su un Hamed a caso e disegnarvi eroi della patria nelle vostre testoline porose.”

Credibile, no?

Ma forse la sto vedendo troppo nera.
E’ possibile che io corra troppo con la fantasia e che l’umanità non sia poi quell’ammasso di minus habens che sullo stesso pianeta riesce a litigare per le tazze di Starbucks e contemporaneamente a far strage a Parigi.
Eppure a guardare la TV ieri notte ho come avuto quest’impressione.

-L-V-

Articolo – L’orrore è negli occhi di chi guarda

ATTENZIONE: questo articolo contiene SPOILERS.
Su Game of Thrones? No. Allora tutto a posto, direte voi.
Invece gli SPOILER sono del finale di Panorama umano con condominio in fiamme, il racconto che ho postato domenica scorsa su questo adorabile blog rossiccio.
Il mio consiglio è di leggersi prima il racconto, un po’ per meglio capire di cosa si stia parlando, un po’ per non spoilerarsi il finale come povere trote.

BUONA LETTURA!

I mestieri artistici sono difficili.

Molte altre occupazioni, raggiungono il proprio apice nell’applicazione impeccabile di regole e protocolli, o procedure che, per quanto complesse, rimangono affidabili. Con l’arte, perfezionare una tecnica ci pone più o meno all’inizio del percorso.
Non volendo estendere troppo, mi manterrò sulla scrittura. Di regole vere e proprie, ce ne sono poche. Una volta tolta la grammatica e qualche piccola norma di eleganza il resto è tutto un rassegnato brancolare nel buio.
Per questo, che io sappia, ogni scrittore ha la sua piccola squadra di beta-testers, gente che legge prima della pubblicazione i testi e da’ la propria opinione su cosa non vada. E’ un po’ come tra mante e pesci remora. Noi ne usciamo con la coscienza (e magari i testi) pulita e loro si beccano a scrocco qualcosa in anteprima. Tutti vincono.

Io non faccio eccezione.

È così che è emersa una cosa interessante.
Prima di vedere la luce, Panorama umano con condominio in fiamme è stato testato su cinque persone e c’è stato un solo elemento che ha creato discrepanza tra i giudizi: Filippo Tiepolotto.
Tiepolotto è la mela marcia del racconto. Mentre gli altri personaggi sono persone normali, con l’unica pecca di non essere i supereroi a cui la fiction ci abitua, Tiepolotto è stato progettato come qualcosa che raffiguri nel modo più puro possibile il Male.
Sia chiaro, non inteso nel senso etico: in questo caso il male (minuscolo) è la stigmatizzazione di comportamenti che ledono la maggioranza/gruppo di potere ed è un concetto talmente volatile e cangiante, che con un minimo di onestà intellettuale non può essere preso sul serio se non su un piano puramente funzionale.
Il Male (maiuscolo), per come riesco a concettualizzarlo io in modo assoluto, sta nel provocare/godere di un danno assolutamente gratuito. Un criminale che uccide un poliziotto che cerca di neutralizzarlo segue il proprio interesse e non rientra in questo Male, poiché cambiando alcune variabili, l’azione in sé digraderebbe da qualcosa di riprovevole ad un atto addirittura eroico.
Quelle bande di imbecilli, invece, che si riuniscono unicamente per pestare un perfetto sconosciuto senza motivazione apparente, quelle sono il Male. Perché ciò che fanno è gratuito e non arricchisce nulla e nessuno.
Tiepolotto doveva essere questo. Alla fine del racconto non sappiamo nemmeno per certo se sia stato lui o meno ad appiccare l’incendio, ma di certo se n’è goduto ogni singolo secondo, mentendo sulla chiamata ai soccorsi pur di godersi in pace lo spettacolo.
Un altro elemento del racconto era la discrepanza tra apparenza e realtà. Si digradava da Francesca (che è ciò che appare, una giovane che si adatta all’età adulta), a Jerome (che mantiene la sua vita nascosta senza avere gran ché da nascondere), ai Falasca (che fingono di continuare ad amarsi per il bene della comunità) fino a Tiepolotto. Quest’ultimo nasconde il proprio appetito per la distruzione dietro le sembianze di un 50enne rassicurante, un padre di famiglia che potrebbe essere tranquillamente quello zio buono che vi viene a trovare alle feste comandate e che sta simpatico a tutti. Se non avessi avuto il piccio di inventarlo da zero, Filippo Tiepolotto sarebbe stato Garry Gergich, di Parks and Recreation, un uomo (per parafrasare Douglas Adams) praticamente innocuo.

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Filtrato invece dalla mia sensibilità, il rassicurante aspetto del personaggio era più simile al compianto Sir Terry Prachet, l’unico essere umano che mi stimola la stessa reazione dei gattini.
Immaginatevelo vestito in quegli inutili toni di marrone che funestavano il vestiario di alcuni miei professori delle superiori ed avrete Filippo Tiepolotto.

Cucciolo, lui.

Finito il racconto, l’ho fatto masticare ai miei pesci remora: mio padre, la mia signora (Grazia), uno dei miei più cari amici (Luca) e due amici e colleghi: Stefano Trucco ed Alessandro Toso. Sono tutte persone di competenza collaudata, disponibili e soprattutto diretti. Se ho scritto una cagata, me lo dicono in modo piuttosto chiaro.
Le prime quattro persone hanno avuto un giudizio tutto sommato uniforme. Il racconto gli è piaciuto ed hanno avuto entusiasmo per la figura di Tiepoletto.

Toso, invece mi ha fatto venire una crisi d’identità.

Mi contatta via mail e mi dice che su questo racconto, nessuna offesa, non devo aver messo tutto questo sforzo. Quando gli ho chiesto perché, la sua maggior obiezione è stata che dalla prima riga si capiva che Tiepoletto era uno psicopatico. Del resto, vestito così, con la barba bianca, un po’ di panzetta ed il vestiario in gradiente di marrone, vuoi che non sia uno schizzato?
Al che gli ho chiesto cosa avrebbe fatto al mio posto. Ha buttato là due pennellate: assolutamente niente barba, camicia, maglioncino azzurro sulle spalle, niente panza. Credo che intendesse qualcosa come questo:

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A me, invece, dal suo bozzetto è arrivato, subitaneo, in mente questo:

AMERICAN PSYCHO, Christian Bale, 2000. ©Lions Gate/courtesy Everett Collection
AMERICAN PSYCHO, Christian Bale, 2000. ©Lions Gate/courtesy Everett Collection

Quando gli ho fatto notare che le sue linee guida mi avevano fatto venire in mente un serial killer cocainomane con seri problemi di controllo della rabbia, mi ha risposto che dovevo adattarmi al canone televisivo (tralasciando il fatto che Patrick Bateman, da lì viene) ed ha aggiunto qualcosa sul personaggio di Francesca che, ahimé, non ho troppo approfondito perché preso dalla riflessione che state leggendo (e che in effetti dovrei richiedergli).

La prima conclusione derivata da questa discrepanza è stata quella classica. Va’ che cosa strana è l’immaginazione. Magari quello che per me è bello e pacifico, per qualcun altro è un’insopportabile pacchianata. Guarda Toso che metterebbe le chiavi della propria macchina in mano al tizio dell’Olio Cuore, mentre al massimo io gli chiederei come va con l’amante.
Poi la mia testa ha fatto lo scatto successivo (chissà se in meglio o peggio). L’ometto dell’Olio Cuore di cui sopra assomiglia a Toso. Lui non ce l’ha la barba, è ben curato, di panzetta non se ne parla e credo di averlo visto con un maglioncino azzurro sulle spalle in una qualche foto.
Stavo per liquidare il tutto quando improvvisamente ho fatto il collegamento.
Alessandro Toso, con i limiti e confini di una vita normale, è una persona assolutamente funzionale e soprattutto integrata. Anche se si lamenta della propria città, ne è un’ingranaggio a prima vista irriconoscibile dagli altri. Poi ha le tante qualità che me lo fanno piacere come persona, ma quando vedete Alessandro, non avete per le mani il classico individuo fragile che si associa alla qualifica di artista.
Nella sua testa, ciò che lo circonda non è necessariamente negativo. L’uomo con la camicia ed il maglioncino è una persona per bene, rispettabile, professionale, principalmente perché il suo ambiente vive ancora un po’ di kalòs kai agathos.

E io? Ed i miei amici, che hanno visto in Tiepolotto un individuo insospettabile, prima di quel sorriso finale?

Facendo mente locale, mi sono accorto come in tutto quello che abbia mai scritto (veramente tutto), non ci sia un solo personaggio positivo che rientri in un modello che la sensibilità trevigiana di Alessandro Toso possa definire come una persona per bene. Tabagisti vestiti come immigrati slavi negli anni ’90, ubriachi, osti panciuti, ladri. Nel romanzo nuovo il protagonista è il cantante di una band che sembra uscita da una serata del Post Apocalisse e addirittura, credo che l’unico personaggio univocamente positivo che abbia mai creato sia un travestito (curiosamente, trevigiano anche lui).
Tutti gli uomini Olio Cuore sgorgati dalla mia penna, sono, nella migliore delle ipotesi, dei pericolosi sociopatici. Sottolineo, la migliore.

Ed è così che sono rimasto con gli occhi a palla alle quattro di notte, impossibilitato a dormire.
Sia io, che buona parte dei miei lettori immagino, troviamo perfettamente normale questa sfiducia assoluta nella precedente generazione di uomini-Olio Cuore, ad occhio e croce ultraquarantenni con incarichi dirigenziali o di alta professionalità.
Cosa può essere successo, a me ed ai miei consimili, per avere una tale disistima verso quelli che dovrebbero essere gli adulti funzionali?

Dubbiosamente vostro,
-Lorenzo-Vargas-

#SalTO2015, un viaggio sentimentale

Il Salone internazionale del Libro di Torino è una tappa importante per qualcuno a cui abbiano pubblicato il primo romanzo. Troppo, per parlarne seriamente, infatti quello lo faccio da un’altra parte.

Qui invece ho preferito scrivere st’estrattino scemo di quello che doveva essere il viaggio sentimentale mio e di Stefano Trucco nella Mecca della letteratura italiana.

In calce trovate la lista dei miei acquisti. C’è un’ottima possibilità che recensisca qualcosa a caso.


Overture
“… e al ritorno scriviamo un pezzo sul Salone del Libro per Nightreader. Ok?”, mi chiede Stefano Trucco ed io acconsento, andando a preparare le valigie. Chiuso tutto ed im11059664_950192478365714_1488794622169912009_nboccata la strada per la porta, risuona, scorbutico e sordo un tonfo alle mie spalle.
E’ Stefano, contorto nel dolore di un disturbo gastrico di non meglio precisata origine.
Vai avanti senza di me” sibila “… e dì a Moresco che l’amavo.
Stè, quanto la fai tragica, avrai mangiato qualcosa di scaduto, dai che domani ti senti meglio.
Ora Stefano è in Ospedale, niente di grave, si intenda.
Ma l’andazzo è chiaro.

Venerdì
Io al Salone ci sono andato due volte in vita mia, non ho la concezione di quanto sia peggiorato (ammesso lo abbia fatto). Vedo tutto con occhi di relativa ingenuità.
Stefano mi manda ogni tanto foto dall’Ospedale.
Sul cellulare ho segnato due eventi a cui partecipare e li perderò entrambi. Il primo giorno è per l’esplorazione spontanea. Ce ne saranno altri per avere idea di cosa si stia facendo.
Dopo una vita di librerie nascoste nei vicoli ed eventi letterari annunciati a mezza voce, come ci fosse qualcosa di cui vergognarsi, il Salone mi fa sempre un effetto positivo.
Il fatto è che c’è davvero un sacco di gente che grufola tra i libri. Accenti di passanti chiaramente non valdostani suggeriscono che ci sia pubblico che s’è fatto un sacco di strada per entrare al Lingotto.
Anche io ho fatto un sacco di strada. Sono arrivato insieme ad un amico e mi sono diretto all’entrata sventolando il mio accredito da scrittore. Il Lingotto si fa osservare, brutto e sornione. Forse vuole accogliermi, più probabilmente è al corrente del fatto che sta per piovermi in testa.
L’addetto mi ha annunciato serafico che il mio biglietto si ritira allo sportello per i professionali. “E’ quello a fianco?” “No, quello dall’altra parte del centro fiere”.
Stefano mi manda un’altra foto dall’Ospedale.

I t11231679_950405458344416_4663714874363303867_nre padiglioni sono ancora relativamente sgombri, il venerdì è un giorno tranquillo e come di tradizione, Stefano Benni se n’è andato un giorno prima che arrivassi. I visitatori, come me, perlustrano. La picchiata dei falchi sugli acquisti avverrà l’ultimo giorno, con gli sconti. Per ora si prendono appunti. Sparuti fieristi della domenica (anche se è venerdì) comprano un po’ a caso sotto le risa di agenti letterari, scrittori di passaggio ed espositori, che si godono la beata ingenuità in vista di altri tre massacranti giorni di Salone.
Durante il mio cammino mi imbatto in una serie di presentazioni di caratura varia. Da autori affermati a nomi più di nicchia a qualcuno di possibilmente autopubblicato.
Lo spettacolo è un continuo dejavù, le domande e le risposte sono abbastanza generiche da poter essere ripetute per chiunque, da Irvine Welsh a Fabio Volo. Il formulario è come quello degli oroscopi e l’iniziale entusiasmo un po’ ne esce intaccato.

Sabato
Mi muovo con maggior consapevolezza, ho già individuato gli stand da razziare l’ultimo giorno e chiacchierato un po’ con vari addetti ai lavori: nuovi contatti, coloro che mi danno l’alibi morale per aver fatto circa 800km con l’unico scopo di fare shopping.
Stefano amplia il suo pubblico. Una foto dell’ospedale è ora su Facebook. Mi racconta entusiasta di come progetti un twitterfeed da proporre a Fazio. Vuole far concorrenza alla Cristoforetti.
Oggi ho il primo evento coi cosiddetti big.
Lo chiameremo Stufio.
Entrare nella sala è pressoché impossibile, la fila riempie l’intero padiglione e c’è gente spalmata sul pavimento in attesa dell’arrivo del messia. Stufio non fa propriamente lo scrittore. Fa un mestiere affine e da un po’ ha deciso di scrivere libri. Il relatore di Stufio ne parla come se a fianco avesse Moravia. L’incontro si conclude in una nube di applausi, mentre cerco di risolvere uno schema sulla app di cruciverba che ho sul cellulare, i 0.40 cent meglio spesi della mia vita.
Mi ripropongo di evitare i big fino a quando non avrò un fegato più forte.
Stefano mi chiede se sia opportuno pubblicare su Facebook il filmato di un esame gastroscopico.

Domenica
11351463_950757984975830_8311746630306333565_nTerzo giorno, la spalla dove tengo la borsa non la sento più.
Do’ un’altra possibilità alle presentazioni. Questo nuovo ospite, candidato ad un noto premio nazionale, lo chiameremo Mamozio. Il relatore comincia a parlare sciorinando magnificazione e velate accuse di ermafroditismo. Imperi nascono e muoiono mentre il relatore parla e Mamozio rimane impassibile ad attendere la fine dei tempi. Il relatore termina il suo panegirico, gli striscioni appesi indicano che il Salone è quello del 2019. Sono confuso. Il sole fuori dalle finestre è del colore aranciato delle stelle che muoiono, i miei capelli si sono fatti grigi.
Curiosamente Mamozio ed il suo relatore sono intatti e perfetti, freschi come rose. Mamozio ringrazia per l’attenzione (le uniche parole che pronuncerà per l’intero incontro) e si allontana pacioso, scostando con delicatezza il cadavere mummificato di un blogger. La folla è in delirio.
42 orizzontale, Eumenidi, 6 lettere.
Non ci torno più a ‘ste cose.

Lunedì
Dalle mie fauci scorre la schiuma dell’idrofobia. Sconti di fine fiera a me.
Stefano ha pubblicato un video dove mette in scena una specie di clip gangsta con il corpo infermieri come crew. Il fuoritempo/featuring col primario di dermatologia è davvero notevole.
Dopo gli ultimi due giorno sono disilluso e triste. Ma in che manica di tromboni mi sono infilato? Diventerò anche io così?
Starò lì con a fianco un relatore che se la canta e se la suona, cogli astanti in silente adorazione? Mi farò in quattro per la presenza in un Salone immenso, sempre più butterato di editori a pagamento e quel cazzo di stand della Massoneria, che sono due anni che cerco di spiegarmi?
Farò anche io parte di questo circolo di babbuini che si masturba autocompiaciuto in cerchio dando le spalle al pubblico?
Il mio dolore si tramuta in acquisti.
Forte degli sconti svaligio una decina di espositori ed è nella foga predatoria che li noto. Ometti sparuti e speranzosi, gente con una scintilla di disperazione negli occhi che riconosco come entusiasmo. Sono lontani dai grandi nomi in 3a o 4a fila, ma hanno un modo di fare strano. Sembra quasi amino quello che fanno.
Appesantito da 0.8 tons di bottino mi lascio guidare da quest’entusiasmo ed arrivo in quello spazio dove di solito fanno presentare case editrici tanto piccole che a malapena esistono.
L’editore ha una spazzola di capelli color petrolio, l’autore è morto da cento anni e rotti. Inspiegabilmente ignorato in Italia.
Alla presentazione siamo in 6. Prima che iniziasse avevo detto che sarei passato e poi sono andato a fumare.
Mi hanno aspettato.
Al posto del morto parla la traduttrice e sorride.
Sorride davvero, non quella cosa sardonica che avevano in faccia Stufio e Mamozio.
Non voglio esagerare, ma pare si sia divertita. Faccio un paio di domande, sono tutti contenti.
Me ne vado sereno e grazie a questa mezz’oretta a distanza di anni ricorderò positivamente questo Salone del Libro. Le buste del bottino pesano, mi fanno male le braccia.
Stefano ha deciso. Alla fine lo pubblica il video della gastroscopia.


 

Il bottino

-David Hajdu, Maledetti fumetti!, Tunuè (Saggio)
-E. W. Hornung, Raffles, Casasirio (Racconti)
-Tony Sandoval, Watersnake, Tunuè (Graphic novel)
-Favia-Bufi, Settimo Splendore, Bao (Graphic novel)
-Michele Vaccari, L’Onnipotente, Laurana (Romanzo)
-David Rubìn, L’Eroe vol. II, Tunuè (Graphic novel)
-Jeff Smith, Bone Omnibus, Bao (Fumetto)
-Stefano Benni, Cari mostri, Feltrinelli (Romanzo)
-Silvio Valpreda, Finzione infinita, Eris (Romanzo + illustrazioni)
-Francesco Cusa, Novelle crudeli, Eris (Racconti + illustrazioni)
-Francesco B. Modugno, Amganco, Eris (Romanzo + illustrazioni)
-Daniele Titta, Sempre meglio della realtà, Casasirio (Romanzo)