Sense8 non serve a nulla.

Bentornati su Pezzi d’opinione non richiesti, la rubrica che porto avanti da anni, senza che nessuno mi abbia ancora costretto al silenzio con una bomba carta.

La scorsa settimana (mi pare), Netflix, il canale di Streaming a cui noi tutti saremmo pronti a vendere la nostra anima, ha fatto la prima scelta impopolare della sua storia: tra gli strazianti muggiti di dolore dell’utenza, ha deciso di cancellare Sense8, la serie delle (soon-to-be) sorelle Wachowski.

Art by Hanjihye, se ho letto bene la firma.
Il cast

Per chi avesse scialacquato la propria vita appresso al grigiastro tran-tran di tette e spade di Game of Thrones, Sense8 narra la storia di un gruppo di individui sparsi per il globo, facenti parte di una nuova specie di essere umano. I sensates formano, in gruppi di 8, una mente corale, attraverso la quale possono sperimentare le sensazioni degli altri 7, o addirittura acquisirne brevemente le competenze.

Volendo dare un giudizio frettoloso, è una figata.

Che poi ce la potevamo anche aspettare, orsù. I Wachowski sono gli stessi che ci hanno donato Matrix e Cloud Atlas. Mica pizza con l’ananas.

Per ragioni facilmente riconducibili a chi lo scrive Sense8 è anche un magnifico inno all’empatia, alla tolleranza e in generale all’umanità. Abbiamo ricchi, poveri, istruiti, ignoranti, di ogni colore, genere ed estrazione. Ogni essere umano ed ogni istanza personale ha una propria dignità nel telefilm, tanto che nel clima non leggerissimo che aleggia negli Stati Uniti in questo momento, uno dei sensates è un poliziotto ed anche lui ci fa una bella figura.

Il sottotitolo di Sense8 potrebbe tranquillamente essere Qualsiasicosa Pride.

Nonostante questa pioggia di glitter, la serie è stata cancellata per via degli elevatissimi costi (la s02 è arrivata a costare 9 milioni di dollari a puntata) e per il fatto che l’ultimo Wachowski fallomunito rimasto, stia al momento attraversando la spossante transizione per il cambio di sesso.

Come a suo tempo per Firefly (RIP), l’agguerrita, ma sparuta utenza si è mobilitata con lamenti e petizioni, nella speranza che Netflix cambi idea e ci conceda un lieto fine (la s02 si è conclusa in un cliffhanger). Al momento la petizione ha raggiunto le 40000 firme. Tra cui la mia.

C’è una robusta probabilità che di Sense8 non vedremo mai il seguito; non avverrà il miracolo come con Chuck (che a confronto costava quanto due filoni di pane); non ci verrà concesso nemmeno un contentino cinematografico come con Serenity.

E mentre il mio cuore si dibatte e bestemmia in aramaico antico per questo, razionalmente so che ce lo dovevamo aspettare. Sense8 era morto dall’inizio, un prodotto da overreacher.

Il che ci porta al titolo dell’articolo: Sense8 non verrà rinnovato, perché non serve a niente.

Generalmente una serie televisiva utilizza una storia per veicolare un messaggio. Abbiamo dei protagonisti che affrontano delle avversità e forse le superano. Se la serie è fatta davvero bene, rifletterà anche la realtà in alcuni dei suoi elementi, per far si che il messaggio aderisca con maggior forza. Breaking Bad parlava della lenta corruzione dell’uomo buono (perché senza artigli) di Nietzsche; Buffy del diventare adulti; Twin Peaks nessuno lo sa; Game of Thrones di facile shock value.

A loro modo, tutte queste serie raggiungono il proprio obiettivo, con personaggi positivi e negativi, crisi e riassestamenti, vittorie e sonore sconfitte, ma soprattutto con danni irreparabili.

Si vede che sono braccati

Sense8, ha parlato di diritti civili, giustizia sociale, rapporto con la famiglia, relazioni tossiche, amore, gender, vendetta e (la vera fantascienza) del fatto che potremmo andare tutti molto più daccordo se per un attimo tentassimo di metterci nei panni di qualcun altro. Sense8, in parole povere, è Tumblr se i suoi utenti avessero un briciolo d’empatia.

Al contempo, però, Sense8 ha dei difetti mostruosi, che con la seconda stagione sono andati peggiorando, probabilmente per l’assenza di uno dei cervelli dell’operazione.

Tanto per cominciare i personaggi. Sono tutti splendidamente buoni. L’unico antieroe del cluster è Wolfgang, il tabbozzo russo-berlinese con il potere di attirare le antipatie di tutta la malavita della sua città parlando a malapena ed anche qui abbiamo qualcuno che vuole solo essere lasciato in pace. Vogliamo andare a cercare tra i comprimari? Non c’è una macchia. Tolto il Cannibale, che dovendo fare da supercattivo, non poteva avere un anima (e forse Madame Facchini), tutti i personaggi del telefilm sono superprogressisti, pieni di buone intenzioni, nessun secondo fine. Come la madre di Lito, che ne accetta l’omosessualità (in Messico) con ispanica saggezza; o il padre di Will, che beve, ma è sempre un bravo papà; quello di DJ Islanda (Riley, nda.) che sembra uscito da una pubblicità progresso di estrema sinistra degli anni ’70; l’amorfa famiglia di Amanita, composta di una madre e tre padri che vanno tutti d’amore e d’accordo; il malvivente kenyota, che traffica in armi e droga, ma che a Capheus vuole tanto tanto bbbbbbene.

I pochi scarti umani di cui ci grazia questo cast, servono solo da punching ball per l’instancabile maglio della giustizia sociale, che ne frantuma le gengive nel giro di un cambio di inquadratura. Questa cosa in particolare è andata peggiorando s02, come nella scena in cui i genitori di Daniela, su indicazione del cammorristiello della s01, tentano di venirla a salvare dai manicurati artigli del gggender. Tutto viene risolto con un paio di inquadrature piene di ispanici labbrini tremanti. I genitori se ne vanno e il cammorristiello (avatar di un patriarcato violento) se ne va con le braghe calate, di fronte ai nostri eroi ancora più assurdi, coperti di piume di struzzo e perline dal Gay Pride di San Paolo. A questo punto ci si aspetta che i Nostri paghino il prezzo delle rispettive scelte: Daniela ha rinunciato al proprio fondo fiduciario e tutti e tre dovranno cambiare di nuovo casa, visto che senza l’affitto di lei, non possono permettersi il lussuoso appartamento dove vivono.
Invece, tempo un’altra sequenza, Daniela si improvvisa agente e trova a Lito, la cui carriera è morta insieme al suo machismo, una megaproduzione gayssima ed hollywoodiana che non vede l’ora di vestirlo da pupetto di Montmartre e fargli vincere un Oscar da ficcarsi nel culo (vi giuro non è una battuta).

Rispetto alla s01, che alternava ancora momenti riflessivi a tangibili scenari di crisi, le cui conseguenze costituivano una seria minaccia per la salute dei personaggi, la s02 finisce per ridursi ad una splendida sequela di TED Talks inframezzate da qualche scazzottata. I momenti in cui il nostro cluster è preso in contropiede sono letteralmente momenti di panico, utili solo a fare da innesco alla prossima TED o ad un’altra scena dove i buoni vincono a man bassa.

Nonostante il cluster sia costituito da 8 individui inseguiti da una terrificante mano nera internazionale, i componenti continuano con le loro vite. Fatta eccezione per Riley e Will, in fuga ininterrotta dal Cannibale e Nomi, i cui problemi sono legati più che altro alla ferocia di uno zelota dell’FBI, tutti gli altri sensates non vengono minimamente toccati da BPO (la suddetta mano nera), nonostante siano al centro di avvenimenti di un certo rilievo. Sun è continuamente sui telegiornali di tutta la Corea del Sud; Kala è la nuora di un politico al centro di oscure trame di corruzione in India; Lito è una star decaduta del cinema d’azione messicano; Capheus è protagonista di numerosi video di Youtube che chiedono solo di diventare virali. BPO avrebbe molta più facilità a catturare Sun, chiusa in prigione per metà della sua storyline, o Capheus, sperduto in una bidonville kenyota. Invece si accanisce su DJ Islanda e su Will #Bluelivesmatter Gorsky.

Prendendo la giusta distanza, Sense8 appare per ciò che è: uno show di intento pedagogico, addolcito col miele dello sci-fi/action. Il punto è che il messaggio di normalizzazione viene veicolato con una nettezza tale da renderlo inutile. Il tema LGBTQ+ è servito in maniera smaliziata e diretta, in un mondo che trova ancora da ridire sulle scene di nudo di Game of Thrones. Su Sense8 ci siamo trovati di fronte gay, lesbiche, transessuali, orge, rapporti interraziali, eterosessuali ed omosessuali (che detto così pare stia parlando di Youporn). Il tutto senza clamore, con sguardo disteso e sereno. Da una parte è positivo: ci fornisce una rappresentazione fresca e meno stereotipata di questo tipo di situazioni, ma dall’altra ha reso Sense8 totalmente inapprocciabile da coloro ai quali il messaggio sarebbe diretto.

Qualcuno che ancora storce il naso di fronte ad un mondo che va avanti senza di lui, avrà sicuramente difficoltà a digerire un cambio così repentino.

Appurato che l’individuo che volta lo sguardo davanti ad un limone gay difficilmente potrà apprezzare Sense8, dobbiamo chiederci allora a chi sia diretto lo show. Forse alla comunità LGBTQ+, ad un certo tipo di progressisti, a gente già sensibile e sensibilizzata alle tematiche trattate, ma anche a questo pubblico sento che si farebbe un torto.

Nonostante le recenti vittorie, le comunità LGBTQ+ vivono ancora situazioni di forte disagio; le guerre per l’acqua in centrafrica e la criminalità che tiene la popolazione in ginocchio sono ancora un problema grave e preponderante; la polizia (specie Statunitense) vive una progressiva separazione dalla società che è chiamata a difendere e tutte le altre istanze trattate nello show finiscono per essere svilite dal fulmineo botta e risposta di crisi e soluzioni che si susseguono nel battito d’ali di un colibrì.

The struggle is real. Quella coi rasta a sinistra è Lana Wachowsky.

Rimane quindi un’unica risposta: Sense8 è comfort food. Ben prodotto, splendidamente confezionato, ma nutritivamente trascurabile. E’ un abbraccio ad un’ umanità ancora nel processo di essere adeguatamente rappresentata, per dirgli che è tutto a posto, andrà tutto bene. I cattivi ci circondano, il destino sembra essere contro di noi, ma siamo dalla parte giusta della storia, disseminati per il mondo eppure uno a fianco all’altro, tutti diversi e solo uniti potremo uscirne vivi.

Sense8 ha chiuso per colpa della realtà. Perché anche un caldo abbraccio, necessario come quello che i Wachowski hanno prodotto per Netflix, non può costare 9mil a puntata, ad uso e consumo di un pubblico di 40000 firme. Per come la vedo io, un opera di una tale magnificenza, divisa tra tutti i continenti, tra decine di realtà e modi di vivere il mondo diversi, avrebbe dovuto infondere empatia a chi ancora non ne ha. Si sarebbe dovuta curare solo marginalmente dei Giusti, perché a loro un Salvatore non serve a nulla.

Avrebbe dovuto mostrare un maggior rispetto per un mondo dove il conflitto è motore primo; dove i safe spaces tanto reclamati dalla sinistra americana sono dannosi quanto il loro opposto; dove c’è un Prima che fatica ad armonizzarsi con un Dopo e che questo Dopo non sempre ha la meglio solo perché nel giusto.

Più che di partenza, insomma, Sense8 sarebbe dovuto essere un punto d’arrivo, la celebrazione di un dirsorso andato finalmente a termine, ma così com’è andata, al netto di una s03 che forse non arriverà mai, non è servito a nulla.

Coralmente vostro,
Lorenzo Vargas

Amato autore, che cazzo ti dico?

Sarebbe uscito il libro nuovo, ma sarà per un’altra volta, tanto c’è tempo.
Oggi invece vi parlo di un mio personale dolore, in special modo perché il Salone del Libro si avvicina.

Tutto comincia con una citazione del Giovane Holden, che probabilmente riconoscerete:

Quelli che mi lasciano senza fiato sono i libri che quando li hai finiti di leggere e tutto quel che segue vorresti che l’autore fosse un tuo amico per la pelle e poterci parlare al telefono tutte le volte che ti gira.

Quando l’ho letta, quasi un decennio fa, non ho nutrito alcun desiderio di telefonare a Salinger (il che, volendo, rientra nella definizione data da Caulfield), ma a pensarci bene lo stesso è valso per per J.K. Rowling, che deteneva il mio cuore di lettore. La riflessione, ammetto, durò poco. Come tutti i libri caldamente consigliatimi a scuola, ebbi solo premura di spingermelo in gola abbastanza in fretta da tornare a qualcosa che suscitasse il mio interesse.
Il mio rapporto con la scuola non è oggetto di questo post. Fortunatamente.

Passarono gli anni, siamo al mio primo Salone del libro. Esisteva ancora la festa di RCS. A fianco a me, Stefano Trucco saltellava eccitatissimo perché intorno pasteggiavano sugli insignificanti stuzzichini di Eataly, metà delle nuove uscite della narrativa italiana (c’era pure Sua Santità Alberto Angela, cose grosse, insomma). Nella mia mastodontica ignoranza, ne conoscevo sì e no un decimo. Di quelli che conoscevo non avrei mai associato la faccia al nome senza il fido Trucco. Ero pronto a salutare alla cazzo di cane anche i sassi.
Ad un tratto Stefano mi fermò dall’assalto all’open bar ed indicò Giuseppe Culicchia.

Giuseppe Culicchia, al concorso Mister Pennino Bagnato 2015

Culicchia, per chi non lo sapesse, è uno scrittore Torinese. Ha diretto alcune sezioni del Salone di Torino, tradotto Ellis e Twain, scritto una caterva di fiction e non-fiction. Dai suoi libri sono stati tratti film e le sue storie sono distribuite, oltre che nelle abbastanza ovvie nazioni europee, in Corea del Sud.

Di tutto questo, a me, ovviamente, non fregò assolutamente nulla. Di Culicchia avevo letto, all’epoca, E così vorresti fare lo scrittore, un prontuario semiserio sulla vita di merda che aspetta chi decida di fare della narrativa il proprio lavoro. Lo avevo trovato delizioso, citato per giorni con gli amici ed ancora adesso, a chi mi chiede se mi senta un Autore (con l’A maiuscola) rispondo attenendomi fedele alla catalogazione del buon Culicchia. Al momento dovrei essere un Povero Stronzo.
Parlargli sarebbe stato una cosa interessante e gli avrei potuto fare adeguatamente una testa così. Stefano lo avrebbe fatto, beato lui.
Mi limitai a fargli i complimenti per il libro, cosa che non credo apprezzò, visto che avevo scelto l’unica minchiatina umoristica di una lunga lista di romanzi sicuramente notevoli. Mi rispose sereno con un suggerimento su come procurarmi libri ad un ottimo prezzo.

Tutto sommato è un bene che non si faccia più la festa dell’RCS.

L’incontro manifestò in me una certezza un po’ triste. Fino a quel momento, ogni volta che avevo letto qualche biografia di autori, li trovavo sempre conglomerati in piccoli grumi di colleghi che si sostenevano ed arricchivano a vicenda. La storia della letteratura, recente e passata, è una tempesta di “… a Sassoferrato sul Manubbrio incontrò il Vate Frappozzi, che colpito dalla sua persona lo presentò ad un cazzo di editore a caso…“. C’è da presumere che tutti questi autori, incontrando colleghi più anziani ed esperti, abbiano come minimo attaccato bottone. Immaginavo di dover essere anche io così.
E invece niente.

La faccenda è che sono cresciuto con un’idea di letteratura che assomiglia tanto alla solitudine. Lo scrittore scrive. Il lettore legge. Poi ognuno porta parte di ciò che ha fatto nel discorso comune. Gli scrittori non hanno una faccia, o una voce ed in ogni caso non è necessario che il lettore le conosca. Da piccolo, per me, gli scrittori erano tali finché tenevano la penna sul foglio ed una volta staccata tornavano ad essere persone normali, la cui attrattiva non sarebbe mai potuta essere costituita da ciò che hanno raccontato. Lo stesso vale per altri media: se volessi sapere cosa ne pensa un autore, di un argomento, mi andrei a leggere la sua opera.

Il che forse sarà la ragione per cui non avrò mai quelle folgoranti collaborazioni dei miei sogni con un fumettista. Perché magari mi piace tanto (ciao Antoniucci, ciao Lauria, ciao Cammello) vado lì e glie lo dico e finisce là.

Tutto questo per dirti, curioso lettore che riesce a dare a parlare per dieci ore al proprio scrittore preferito, che io ti invidio.
Ti invidio così tanto che un po’ mi stai sul cazzo.
Non è vero.
Insegnami tu, maestro Myagi, presto.
Che io sto a tanto così dal dire che apprezzo molto il tuo lavoro e poi andarmene.

 

P.S.
Però ecco, in effetti mi sarebbe uscito anche il nuovo libro. Dategli un’occhiata se vi va: LINK.

Due parole su Star Wars

Si, pare che abbia dato a tutti di volta il cervello.
Star Wars ovunque, quasi non si può più sopportare.

Un tizio ha addirittura constatato che un essere umano può condurre una vita dignitosa e completa solo consumando prodotti sponsorizzati dal marchio Star Wars.

Comincia tutto verso la fine degli anni ’70.
George Lucas è un tizio che probabilmente ha consumato, nella sua allora breve esistenza, una grande quantità di film western e di samurai. Decide di unire tutti i topòi delle sue amate pellicole, ci aggiunge un altro dei suoi hobbies (la fantascienza) ed ecco che viene fuori Star Wars: Una nuova speranza.
In realtà forse non è andata così, ma nessuno può sapere. Lucas avrà raccontato la storia, ma magari ha mentito.

Una Nuova Speranza, a guardarlo freddamente, non è sto gran film.
Ha le transizioni che sembrano fatte con Movie Maker (alibi, all’epoca non esisteva), le pennellate che delineano buoni e cattivi sono fastidiosamente nette (ma erano tempi più semplici), la trama è lineare da morire e la gente fa amicizia in sei secondi come si conoscesse da una vita (come sopra) e nessuno sa sparare (tolto Luke).

Ecco.

Ci si metteono due secondi a parlare male di Star Wars. Il fatto è che quest’analisi non considera la caratteristica principale del film: non ti dice una beneamata.
Star Wars inizia con duemila battute di prefazione che scivola sullo schermo e poi vi lascia in mutande in mezzo al deserto, da soli, con uno spazzolino ed una grappetta. Non ci sono spiegoni, l’intero governo galattico viene liquidato in 2 parole (per informarci graziosamente della sua distruzione), il passato dell’anticristo in nero con un aspirapolvere sulla faccia, si merita due battute en passant (false, per di più).
Star Wars nasce come prodotto interattivo, uno dei primi, dal punto di vista cinematografico. Perché fornisce un sacco di vuoti da riempire ai fan. C’è di che speculare, ricostruire, abbastanza da sintetizzare un mondo da zero.
Lucas ha distribuito abbastanza puntini sul foglio da permetterci di riunirli, tra l’altro nel momento in cui abbiamo più fantasia a disposizione. O almeno così è stato per me.

Quindi no.
Star Wars non è mai stato un gran film. E’ stato un film carino, ben articolato adatto a produrre un fandom forte (c’è la religione Jedi. Nel mondo. Parliamone). E’ una saga ben realizzata, che ha avuto un posizionamento temporale fortunato ed ha deciso di ricavalcare l’onda sempre nel momento opportuno (quanta gente si è andata a vedere la trilogia originale, una volta sopravvissuta a quella con McGregor?).
Lo dico da fan. I primi tre me li sono visti da piccolo, invasato come una bestia. Mi sono puppato la trilogia nuova ed all’epoca il mio spirito da fanboy non me l’ha fatta trovare nemmeno eccessivamente riprovevole (principalmente perché non lo era). Con il Risveglio della Forza (che mi è piaciuto tantissimo) mi è venuta addirittura la mezza idea di ripescarmi tutto l’universo espanso per riempire trent’anni e rotti di buchi di trama. Certo, non so a memoria i film fotogramma per fotogramma, ma ricordo la quasi totalità della faccenda con facilità ed un innegabile affetto.
Potrei persino correggervi il classico outing di Darth Vader, qualora inevitabilmente lo recitaste errato.

Ma in realtà so.
Sono capace di prendere le distanze dall’amore che nutro per un pezzo della mia infanzia e rendermi conto che la prima trilogia di Star Wars è recitata maluccio, è una storia semplicistica e l’immaginario è altamente sincretico (che poi forse è un punto di Forza, guardate il cristianesimo). Sono cosciente che la seconda trilogia sia recitata molto meglio e che la stessa limitazione hardware che fu la forza dei primi tre episodi (l’immonda pupazzosità che però donava un ché di tangibile alle cose) è stata la rovina della seconda (il green screen, il giocattolo nuovo di Lucas). So che Hayden Christensen non era una scelta così pessima come Anakin Skywalker. Ebbene si, ragazzi. Fatevene una ragione.

Ed ora tre quarti di Internet parla di Star Wars.
C’è chi si vanta di conoscere ogni singolo pelo sul culo di Chewbacca.
Chi si vanta di non aver visto nemmeno un film di Star Wars, come se fosse una qualche forma di vanto.
C’è chi augura la morte ai critici che hanno (blandamente) stroncato il nuovo episodio e chi, da fan (e quindi custode della Verità a riguardo. Ah ah) lo ha stroncato sul serio perché troppo diverso dal lavoro di Lucas.
Chi fa i salti mortali all’indietro perché Il Risveglio della Forza non l’abbia fatto Lucas.
Ci sono veramente tutti, tranne quei ragazzini che si sono visti uno dei film e sono stati a fare woosh woosh per mesi a seguire, fingendo di agitare una spada laser.

Star Wars lo si deve guardare a cuor leggero, con innocenza, non quella con cui ci si vede The Expendables (quello si chiama coma farmacologico, non confondiamo), ma con quel bambinesco entusiasmo dove ci si può ancora appassionare di un mondo dove tutti i cattivi sono in nero, criptonazisti ed hanno le spade color dei tizzoni dell’inferno.

Per gentile, inconsapevole cortesia di Emperorrus

Star Wars deve essere, nella sua interezza, quell’istante di rush adrenalinico di quando, dopo 25 anni vedi lo short trucido sui Power Rangers. Per quelle due ore, voi ve ne dovete uscire dal tempo e tornare comodamente seduti sulle poltrone a 12 anni, accompagnati da quei quattro squilli di tromba nel mezzo delle stelle meno credibili dell’universo.

Perché se no dobbiamo essere veramente realistici e distaccati.
Son sette film fantasy coi laser, semplicisti, affrettati e manichei, dove i buoni vincono solo perché sono buoni ed i cattivi perdono solo perché sono vestiti di nero. Dove la trama dell’Episodio IV è a grandi linee la stessa dell’Episodio VII (i primi dieci minuti sono proprio lo stesso film) e che soprattutto vi hanno detto abbastanza poco di loro stessi da lasciarvi riempire gli spazi vuoti con la vostra sensibilità.

Lo so che parlo a vuoto, ma per una volta, godiamoci una cosa bella, perché Star Wars VII è una cosa bella.

E vediamo di avvelenarci il sangue con le cose importanti.

Tipo Batman vs Superman.

Inunagalassialontanalontanamente vostro,
-Lorenzo-Vargas-