Amato autore, che cazzo ti dico?

Sarebbe uscito il libro nuovo, ma sarà per un’altra volta, tanto c’è tempo.
Oggi invece vi parlo di un mio personale dolore, in special modo perché il Salone del Libro si avvicina.

Tutto comincia con una citazione del Giovane Holden, che probabilmente riconoscerete:

Quelli che mi lasciano senza fiato sono i libri che quando li hai finiti di leggere e tutto quel che segue vorresti che l’autore fosse un tuo amico per la pelle e poterci parlare al telefono tutte le volte che ti gira.

Quando l’ho letta, quasi un decennio fa, non ho nutrito alcun desiderio di telefonare a Salinger (il che, volendo, rientra nella definizione data da Caulfield), ma a pensarci bene lo stesso è valso per per J.K. Rowling, che deteneva il mio cuore di lettore. La riflessione, ammetto, durò poco. Come tutti i libri caldamente consigliatimi a scuola, ebbi solo premura di spingermelo in gola abbastanza in fretta da tornare a qualcosa che suscitasse il mio interesse.
Il mio rapporto con la scuola non è oggetto di questo post. Fortunatamente.

Passarono gli anni, siamo al mio primo Salone del libro. Esisteva ancora la festa di RCS. A fianco a me, Stefano Trucco saltellava eccitatissimo perché intorno pasteggiavano sugli insignificanti stuzzichini di Eataly, metà delle nuove uscite della narrativa italiana (c’era pure Sua Santità Alberto Angela, cose grosse, insomma). Nella mia mastodontica ignoranza, ne conoscevo sì e no un decimo. Di quelli che conoscevo non avrei mai associato la faccia al nome senza il fido Trucco. Ero pronto a salutare alla cazzo di cane anche i sassi.
Ad un tratto Stefano mi fermò dall’assalto all’open bar ed indicò Giuseppe Culicchia.

Giuseppe Culicchia, al concorso Mister Pennino Bagnato 2015

Culicchia, per chi non lo sapesse, è uno scrittore Torinese. Ha diretto alcune sezioni del Salone di Torino, tradotto Ellis e Twain, scritto una caterva di fiction e non-fiction. Dai suoi libri sono stati tratti film e le sue storie sono distribuite, oltre che nelle abbastanza ovvie nazioni europee, in Corea del Sud.

Di tutto questo, a me, ovviamente, non fregò assolutamente nulla. Di Culicchia avevo letto, all’epoca, E così vorresti fare lo scrittore, un prontuario semiserio sulla vita di merda che aspetta chi decida di fare della narrativa il proprio lavoro. Lo avevo trovato delizioso, citato per giorni con gli amici ed ancora adesso, a chi mi chiede se mi senta un Autore (con l’A maiuscola) rispondo attenendomi fedele alla catalogazione del buon Culicchia. Al momento dovrei essere un Povero Stronzo.
Parlargli sarebbe stato una cosa interessante e gli avrei potuto fare adeguatamente una testa così. Stefano lo avrebbe fatto, beato lui.
Mi limitai a fargli i complimenti per il libro, cosa che non credo apprezzò, visto che avevo scelto l’unica minchiatina umoristica di una lunga lista di romanzi sicuramente notevoli. Mi rispose sereno con un suggerimento su come procurarmi libri ad un ottimo prezzo.

Tutto sommato è un bene che non si faccia più la festa dell’RCS.

L’incontro manifestò in me una certezza un po’ triste. Fino a quel momento, ogni volta che avevo letto qualche biografia di autori, li trovavo sempre conglomerati in piccoli grumi di colleghi che si sostenevano ed arricchivano a vicenda. La storia della letteratura, recente e passata, è una tempesta di “… a Sassoferrato sul Manubbrio incontrò il Vate Frappozzi, che colpito dalla sua persona lo presentò ad un cazzo di editore a caso…“. C’è da presumere che tutti questi autori, incontrando colleghi più anziani ed esperti, abbiano come minimo attaccato bottone. Immaginavo di dover essere anche io così.
E invece niente.

La faccenda è che sono cresciuto con un’idea di letteratura che assomiglia tanto alla solitudine. Lo scrittore scrive. Il lettore legge. Poi ognuno porta parte di ciò che ha fatto nel discorso comune. Gli scrittori non hanno una faccia, o una voce ed in ogni caso non è necessario che il lettore le conosca. Da piccolo, per me, gli scrittori erano tali finché tenevano la penna sul foglio ed una volta staccata tornavano ad essere persone normali, la cui attrattiva non sarebbe mai potuta essere costituita da ciò che hanno raccontato. Lo stesso vale per altri media: se volessi sapere cosa ne pensa un autore, di un argomento, mi andrei a leggere la sua opera.

Il che forse sarà la ragione per cui non avrò mai quelle folgoranti collaborazioni dei miei sogni con un fumettista. Perché magari mi piace tanto (ciao Antoniucci, ciao Lauria, ciao Cammello) vado lì e glie lo dico e finisce là.

Tutto questo per dirti, curioso lettore che riesce a dare a parlare per dieci ore al proprio scrittore preferito, che io ti invidio.
Ti invidio così tanto che un po’ mi stai sul cazzo.
Non è vero.
Insegnami tu, maestro Myagi, presto.
Che io sto a tanto così dal dire che apprezzo molto il tuo lavoro e poi andarmene.

 

P.S.
Però ecco, in effetti mi sarebbe uscito anche il nuovo libro. Dategli un’occhiata se vi va: LINK.